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Una battaglia tra titani dell’IA che mette in discussione i limiti etici dell’utilizzo della tecnologia per la sorveglianza e lo sviluppo di armi
In una mossa senza precedenti, ricercatori di Google e OpenAI si schierano con la rivale Anthropic nella sua battaglia legale contro il Pentagono. La disputa nasce dal rifiuto di Anthropic di concedere la sua IA per sorveglianza di massa e armi autonome, scatenando una dura reazione governativa che l'intera industria tech ora contesta.
La strana alleanza: dipendenti di OpenAI e Google contro il Pentagono
Sembra quasi una scena da film: i dipendenti dei due più grandi colossi dell’intelligenza artificiale, acerrimi nemici sul mercato, che si uniscono per difendere un concorrente più piccolo.
Eppure è successo davvero.
Circa 40 ricercatori di OpenAI e Google hanno messo da parte la rivalità per presentare un documento legale a sostegno di Anthropic nella sua causa contro il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Una mossa che la dice lunga sul clima che si respira nella Silicon Valley.
La faccenda è esplosa quando Anthropic ha citato in giudizio il Pentagono, ma la vera sorpresa non è tanto la reazione del governo, quanto quella che è arrivata da chi meno te l’aspetteresti.
Quando l’etica si scontra con il potere: la vera posta in gioco
Ma da dove nasce tutto questo casino?
La questione è molto semplice: Anthropic si è rifiutata di concedere al Pentagono l’uso del suo sistema di intelligenza artificiale, Claude, per due scopi ben precisi: la sorveglianza di massa dei cittadini americani e lo sviluppo di armi autonome.
In pratica, hanno detto: “la nostra tecnologia non si usa per spiare la gente o per creare robot assassini”.
Una posizione netta, come ti ho spiegato qui, che però non è piaciuta per niente al Dipartimento della Difesa, il quale pretendeva di poter usare l’IA per qualsiasi scopo “legale”, senza alcuna restrizione contrattuale.
Un muro contro muro.
La risposta del governo non si è fatta attendere. A fine febbraio, il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha designato Anthropic come un “rischio per la catena di approvvigionamento”, una etichetta pesantissima, solitamente riservata a entità straniere considerate una minaccia per la sicurezza nazionale.
Di fatto, è un modo per bandire l’azienda da qualsiasi contratto federale (e colpirla dove fa più male: nei suoi conti). E non si tratta di un’iniziativa isolata.
Questa mossa affonda le radici in un malcontento che covava da tempo e che ha spinto i dipendenti della concorrenza a fare qualcosa di eclatante.
I rivali diventano alleati: una mossa che parla chiaro
Ed è qui che la storia prende una piega inaspettata. Poche ore dopo l’avvio dell’azione legale, i ricercatori di Google e OpenAI sono scesi in campo. Tra loro c’è anche un nome di peso come Jeff Dean, capo della divisione IA di Google.
Nel loro documento, i ricercatori non usano mezzi termini: definiscono la decisione del Pentagono “un uso improprio e arbitrario del potere” che rischia di avere serie ripercussioni su tutta l’industria. Il loro ragionamento è disarmante nella sua semplicità: se al Pentagono non andavano più bene i termini del contratto, poteva semplicemente annullarlo e rivolgersi a un’altra azienda.
Perché usare il pugno di ferro e un’etichetta così infamante?
La domanda resta sospesa.
Questa azione, secondo i firmatari, non solo punisce ingiustamente un’azienda statunitense all’avanguardia, ma rischia di soffocare il dibattito sui rischi e i benefici dell’IA.
E la cosa si fa ancora più complessa se pensi che, proprio mentre accadeva tutto questo, il Pentagono stava finalizzando un nuovo accordo con OpenAI, la quale, ironicamente, ha incluso nel contratto le stesse identiche clausole etiche di Anthropic.
Viene da chiedersi quale sia la vera logica dietro a queste decisioni, se non quella di voler mandare un avvertimento a chiunque osi mettere dei paletti all’uso militare della tecnologia.

Chiamatela etica, io lo chiamo posizionamento. Un cartello mascherato per controllare il mercato più ricco: quello statale. Il vero potere non è la tecnologia, ma decidere chi può accedere al campo da gioco.
Questa nobile alleanza non difende l’etica, ma il proprio futuro monopolio sulla sua definizione, estromettendo lo Stato. È un abile posizionamento di mercato, mascherato da una virtuosa presa di posizione.
Mentre tutti si concentrano sulla presunta etica di questa alleanza, il vero scopo è stabilire un precedente legale che protegga l’intero settore da ingerenze statali. Una mossa calcolata per assicurarsi il controllo su asset e contratti futuri. Mica scemi.
@Filippo Villa Un bel teatrino per nascondere la fame di potere. Chi ci crede?
Un’altra recita per le anime belle. L’etica come scudo. Quando cala il sipario?
@Clarissa Graziani Il sipario non cala. È uno spettacolo perenne. L’etica è la scusa per negoziare la spartizione del mercato senza interferenze esterne. Un cartello con una buona narrazione, nient’altro.
Questi giganti in lotta, che ora danzano insieme contro un nemico comune, sembrano usciti da un mio racconto; mi sento quasi plagiato.
Un’operazione di brand-washing collettivo. Si blindano il mercato con la scusa dell’etica. Alla fine, decidono sempre e solo loro chi preme il bottone.
Una faida pubblica per decidere chi disegnerà il guinzaglio più etico, mentre tutti costruiscono la stessa bestia. È un calcolo reputazionale mascherato da solidarietà; il pubblico applaude senza chiedere il prezzo del biglietto per assistere allo spettacolo.
Questi colossi, uniti in una commovente recita etica, decidono quale apocalisse tecnologica sia preferibile, lasciando a noi il ruolo di semplici spettatori paganti.
@Francesco Messina Mentre loro dibattono su come finirci, io preparo già i popcorn.
Lupi travestiti da agnelli litigano con il pastore. Il gregge resta sempre il pasto.
Giganti che giocano a fare i buoni, ma chi ci protegge da loro stessi?