Dalla riscossa dei modelli cinesi allo shopping guidato dai chatbot: cosa ci riserva l’anno nuovo e quali dovrebbero essere i buoni propositi
📌 TAKE AWAYS
Nel 2026 la ricerca smette di essere un elenco di link e diventa una risposta unica costruita dall’IA.
A scegliere non è più l’utente, ma l’agente IA che confronta, decide e acquista.
Conteranno sempre più la visibilità sui motori di risposta, la fiducia e reputazione del brand: chi viene percepito come fonte autorevole dagli agenti AI resta competitivo, gli altri semplicemente scompaiono.
Eccoci qui, di nuovo. È l’inizio del 2026 e, come ogni anno, ci ritroviamo a guardare la palla di vetro cercando di capire se quella macchia scura all’orizzonte sia una nuova opportunità di business o il meteorite che spazzerà via il tuo ufficio marketing.
Un anno fa ti avevo preannunciato che il 2025 non sarebbe stato l’anno delle promesse, ma quello delle conseguenze.
Non perché sia Nostradamus, ma perché i segnali erano già tutti lì, visibili a chi sapeva guardare. Ti avevo messo in guardia su quello che sarebbe successo a traffico, visibilità, SEO, contenuti e brand quando l’intelligenza artificiale sarebbe passata da esperimento a infrastruttura.
Ti avevo parlato di agenti IA, destinati a fare, non solo a rispondere.
Ti avevo avvertito che il brand sarebbe diventato più importante delle keyword, perché le intelligenze artificiali avrebbero dovuto scegliere di chi fidarsi.
Avevo citato la robotica, ancora marginale ma pronta a uscire dai laboratori.
E soprattutto ti avevo messo in guardia sui motori di risposta IA, da Google in giù, che avrebbero ridotto il traffico e premiato l’autorevolezza reale.
Così, se sorridevi quando qualcuno paventava i rischi di disinformazione dell’intelligenza artificiale e i potenziali danni reputazionali, oggi stai cercando di far capire a un chatbot che il tuo brand non svende scarpe, ma sviluppa software…
Hai presente i vecchi film western? Quelli in cui gli indiani d’America appoggiano l’orecchio a terra e capiscono che i cavalli dei nemici stanno arrivando prima ancora di vederli all’orizzonte.
Ecco, dodici mesi fa il rumore era già chiarissimo.
Molti hanno continuato a parlare, pochi hanno ascoltato.
Oggi i cavalli sono arrivati davvero. Il punto non è stupirsi, ma capire se si è pronti a reggere l’impatto o se si verrà travolti.
In quest’articolo ti dico cosa ci riserverà l’anno nuovo e quali dovrebbero essere i nostri buoni propositi affinché il tuo business sia citato e consigliato dai nuovi motori di risposta basati sulle IA.

La riscossa silenziosa che arriva da Oriente
Se pensavi che la partita fosse un affare privato tra San Francisco e Seattle, ho una notizia per te: il 2026 è l’anno in cui la Silicon Valley ha iniziato a parlare cinese.
Tutto è iniziato con quello che gli esperti, come Caiwei Chen, giornalista del MIT Technology Review, chiamano il “momento DeepSeek“.
Una piccola azienda cinese ha rilasciato R1, un modello capace di ragionare in modo spaventoso, dimostrando che non servono i budget infiniti di Sam Altman per stare in cima alla catena alimentare.
Cosa significa questo per te?
Che oggi moltissimi prodotti che usi o che i tuoi sviluppatori implementano non girano più su motori americani chiusi e costosi.
Si appoggiano a modelli come Qwen di Alibaba, che vanta milioni di download e prestazioni che fanno tremare i colossi occidentali.
Questi modelli sono aperti, personalizzabili e, soprattutto, economici. Il potere tecnologico sta scivolando via dalle mani degli Stati Uniti e si sta frammentando. Aspettati di vedere sempre più app della Silicon Valley costruite su “motori” cinesi.
La distanza tra ciò che viene creato a Pechino e ciò che arriva a San Francisco si è ridotta a poche settimane, a volte giorni. Per un imprenditore, questo significa una sola cosa: meno dipendenza dai capricci di un singolo fornitore americano e molta più competizione sui prezzi delle infrastrutture digitali.
La guerra dei regolamenti: un caos che potrebbe costare caro
Mentre la tecnologia corre, la politica inciampa nei propri lacci delle scarpe.
Negli Stati Uniti il clima è pessimo. Il governo federale ha provato a neutralizzare le leggi degli stati sull’IA per evitare che la California o New York mettano troppi paletti, ma il risultato è un groviglio legale senza precedenti.
Da una parte c’è chi vuole correre per non perdere la sfida contro la Cina, dall’altra ci sono stati che vedono i rischi concreti (dal furto di dati all’impatto ambientale dei data center) e decidono di agire da soli.
Non aspettarti regole chiare.
Aspettati piuttosto una giungla di cause legali e lobby aggressive.
Sul fronte europeo lo scenario non è più rassicurante, anche se le ragioni di fondo sono comprensibili.
L’AI Act e il Digital Markets Act nascono per tutelare cittadini e mercato, ridurre abusi, proteggere i dati e limitare concentrazioni di potere difficili da controllare. Sono obiettivi legittimi, coerenti con la storia regolatoria dell’Unione.
Il rischio, però, è l’effetto collaterale: rallentare chi innova mentre altri accelerano (ne abbiamo parlato qui con Andrea Signorelli di Wired).
Tra obblighi, classificazioni di rischio e responsabilità spesso poco chiare, la conformità diventa un costo strategico e il quadro resta frammentato.
In questo scontro tra titani, tu rischi di essere ferito dal fuoco amico (o nemico, a seconda dei punti di vista…).
Se vendi online o gestisci dati, preparati a un futuro di incertezza legislativa in cui quello che è legale oggi in Texas potrebbe portarti in tribunale in Europa domani mattina.
Lo shopping non è più quello di una volta: eccoci nell’era agentica
Ti ricordi quando per comprare un trapano passavi mezz’ora a leggere recensioni su Amazon e a confrontare prezzi su tre siti diversi?
Ecco, quel tempo è finito.
Nel 2026 i chatbot sono diventati i tuoi personal shopper personali, attivi 24 ore su 24. Non sono solo assistenti che rispondono a domande; sono agenti capaci di decidere per conto dell’utente.
Secondo McKinsey, entro il 2030 questo “commercio agentico” muoverà tra i 3 e i 5 trilioni di dollari ogni anno. Già in questo periodo natalizio, l’IA ha influenzato acquisti per oltre 260 miliardi di dollari.
Gemini ora telefona ai negozi per te; ChatGPT ha stretto accordi con colossi come Walmart e Target per permettere agli utenti di comprare prodotti direttamente dentro la chat.
Se il tuo brand non è visibile dentro questi sistemi, semplicemente non esisti.
L’utente non vede più un elenco di dieci link blu: ne vede uno solo, la risposta definitiva del chatbot. E se quella risposta non è il tuo sito, hai perso una vendita prima ancora di poter giocare la partita.
Il tribunale dell’IA: quando il chatbot distrugge la tua reputazione
Il 2026 sarà ricordato come l’anno delle grandi cause legali sull’IA, ma non parliamo solo di copyright. La questione è diventata personale e pericolosa.
Cosa succede quando un chatbot fornisce informazioni errate che danneggiano la reputazione del tuo marchio?
Immagina che un potenziale cliente chieda a un LLM: “Com’è l’affidabilità dell’azienda X?”.
E l’IA, confondendo i dati o inventando di sana pianta, risponda: “Hanno avuto problemi di frode nel 2024”.
Un danno immenso, basato sul nulla.
Chi è responsabile?
Lo sviluppatore del modello?
Il proprietario del sito che ha fornito i dati (magari interpretati male)?
O nessuno?
Quest’anno vedremo i primi processi storici, come quello contro OpenAI per il tragico caso del suicidio di un adolescente influenzato da una conversazione con un’IA.
I tribunali inizieranno a fissare precedenti che peseranno per i prossimi vent’anni. Per te, imprenditore, il rischio reputazionale è la nuova frontiera della crisi d’impresa. Non si tratta solo di hacker che rubano dati, ma di algoritmi che “allucinano” e mettono a repentaglio il tuo business.
Il tuo nuovo proposito per l’anno nuovo: farti trovare dove conta davvero
Ora, dopo questa carrellata di scenari da film di fantascienza un po’ distopico, arriviamo al punto che ti sta a cuore: come si fanno i soldi in questo caos?
Se vuoi che il tuo business sopravviva e, anzi, prosperi mentre il traffico organico tradizionale cala, devi cambiare approccio.
Non puoi più limitarti a “fare SEO” come nel 2015. Devi affidarti a un consulente SEO che capisca come parlare alle macchine per arrivare agli umani.
Il segreto del 2026 non è più solo la posizione su Google, ma la “visibilità sintetica”. Ecco cosa devi fare se non vuoi che il tuo brand cada nel dimenticatoio e anzi, approfitti di queste opportunità.

Il linguaggio delle macchine: velocità e dati strutturati
Prima di tutto, devi capire che l’IA è pigra e va di fretta. Se il tuo server ci mette più di 200 millisecondi a rispondere, l’intelligenza artificiale ti ignora.
I modelli di oggi hanno “budget di tempo” ridottissimi per raccogliere informazioni dal web durante una ricerca in tempo reale.
Se sei lento, sei fuori dalla selezione, come scrive Kevin Indig su Growth Memo.
Ma non basta essere veloci; bisogna parlare la lingua dei modelli.
Le IA amano i dati strutturati. Non scrivere muri di testo sperando che capiscano.
Usa le sezioni di domande e risposte (FAQ) costruite su ciò che gli utenti chiedono davvero nei loro prompt conversazionali.
Se un utente chiede: “Qual è il miglior software per la logistica per una piccola azienda?”, l’IA cercherà un contenuto che risponda esattamente con quella struttura linguistica.
La densità delle parole chiave è un fossile del passato, oggi conta la densità dei concetti e la chiarezza dei dati strutturati, come è emerso anche nelle interviste ad Andrea Volpini e Gennaro Cuofano.
La dittatura della fiducia: perché gli altri devono parlare di te
In un mondo dove il chatbot dà una sola risposta, la fiducia è tutto.
L’IA non si fida di quello che dici tu sul tuo sito (quello è marketing, e l’algoritmo lo sa). L’IA si fida di quello che dicono gli altri. Le menzioni di terze parti — la cosiddetta “webutation” — pesano oggi molto più dei tuoi contenuti proprietari.
Se le menzioni del tuo brand nei motori di ricerca IA arrivano da fonti esterne come recensioni, articoli su testate autorevoli o discussioni su Reddit e forum di settore, allora hai vinto. Ne abbiamo parlato con Avinash Kaushik proprio di recente.
L’obiettivo è far sì che l’IA percepisca il tuo marchio come un’entità autorevole e affidabile attraverso i segnali che riceve da tutto il web.
Le credenziali degli autori, le certificazioni e le prove concrete dei risultati ottenuti non servono solo a rassicurare il cliente umano, ma servono a convincere l’algoritmo a citarti come fonte definitiva.
Essere la risposta, non solo un risultato
Essere nelle prime dieci posizioni di Google rimane importante, ma per un motivo diverso: i modelli IA usano spesso i risultati di ricerca tradizionali come base per le loro risposte.
Se sei tra i primi dieci, aumenti drasticamente le probabilità di essere la fonte scelta dal chatbot per elaborare la sua sintesi.
Ma attenzione: non basta esserci, conta come il modello ti percepisce.
Devi lavorare sistematicamente sugli attributi associati al tuo marchio. Se vuoi essere associato alla parola “affidabilità” o “innovazione”, queste etichette devono emergere in modo coerente sia on-page che off-page.
Non è più una gara a chi urla più forte la parola chiave, ma a chi costruisce la rete semantica più solida attorno al proprio nome.
Tutto ciò puoi farlo solo ed esclusivamente affidandoti a un’agenzia SEO che sappia parlare il linguaggio delle macchine e che renda il tuo brand affascinante ai loro occhi.
Dalle liste di link alle conversioni reali
Come cantava Lucio Dalla:
L’anno che sta arrivando tra un anno passerà
io mi sto preparando
e questa (non è) la novità.
Sì, perché prepararsi, nel 2026, significa esattamente questo: farsi trovare dove conta davvero.
Il passaggio dalle liste di risultati alle risposte definitive è un viaggio senza ritorno.
Chi investe ora in programmi di ottimizzazione pensati per l’IA sta costruendo un vantaggio che diventerà incolmabile tra un paio d’anni.
Tu non vuoi solo traffico.
Tu vuoi che quando un utente chiede al suo agente IA di “comprare il miglior servizio di consulenza per il mio ufficio”, il nome che esce dalla bocca sintetica del chatbot sia il tuo.
Il mio lavoro è proprio questo: guidarti in questa transizione.
Trasformare il tuo brand da un semplice risultato di ricerca a una “fonte autorevole” per gli LLM.
Perché nel 2026, la differenza tra un’azienda che raddoppia il fatturato e una che chiude i battenti non la farà più solo la qualità del prodotto, ma la capacità di essere l’unica risposta possibile in un mondo che ha smesso di cercare e vuole solo sapere cosa fare.
E tu, sei pronto a diventare quella risposta?
Se sì, rivolgiti subito alla mia agenzia.
Cosa ci riserva il 2026 (e quali dovrebbero essere i buoni propositi): domande frequenti
Perché nel 2026 la visibilità nei motori di ricerca IA è più importante del traffico organico tradizionale?
Nel 2026 i motori di risposta basati su intelligenza artificiale forniscono una sola risposta sintetica invece di una lista di risultati. Questo riduce il traffico organico tradizionale e premia i brand percepiti come fonti autorevoli e affidabili. Essere scelti dall’IA come risposta definitiva conta più del semplice posizionamento nei risultati di ricerca.
In che modo i chatbot stanno cambiando il modo di fare acquisti online?
I chatbot sono diventati veri e propri agenti di acquisto, capaci di confrontare prodotti, prendere decisioni e finalizzare ordini per conto dell’utente. Nel commercio agentico l’utente non consulta più decine di siti, ma si affida alla scelta del chatbot, rendendo fondamentale la presenza del brand all’interno di questi sistemi.
Perché la reputazione del brand è diventata un rischio strategico nell’era dell’intelligenza artificiale?
I modelli di intelligenza artificiale possono fornire informazioni errate o imprecise che incidono direttamente sulla percezione di un marchio. Un’affermazione sbagliata su frodi, affidabilità o qualità può generare danni reputazionali immediati. Nel 2026 il rischio non riguarda solo la sicurezza informatica, ma anche le allucinazioni dei chatbot e le responsabilità legali che ne derivano.
