Google e l’IA che diffama: un musicista chiede 1,5 milioni di dollari di risarcimento

Anita Innocenti

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L’intelligenza artificiale di Mountain View lo ha etichettato falsamente come un molestatore sessuale condannato, una vicenda che solleva interrogativi sulla responsabilità delle piattaforme e i limiti delle nuove tecnologie.

Il violinista canadese Ashley MacIsaac ha citato in giudizio Google per 1,5 milioni di dollari dopo che l'AI Overview lo ha falsamente etichettato come molestatore sessuale. L'incidente, che ha causato danni professionali, solleva una questione cruciale sulla responsabilità legale delle aziende tecnologiche per i contenuti generati dalle loro intelligenze artificiali, che non possono più essere considerati semplici errori.

Google e l’IA che diffama: un musicista chiede 1,5 milioni di dollari di risarcimento

Cosa succederebbe se un giorno Google, di punto in bianco, decidesse che sei un criminale e lo annunciasse al mondo intero?

Non è la trama di un film distopico, ma la realtà che ha colpito il violinista canadese Ashley MacIsaac. L’artista, vincitore di tre Juno Award (i Grammy canadesi, per intenderci), ha avviato una causa civile da 1,5 milioni di dollari contro il colosso di Mountain View. L’accusa è pesantissima: la funzione AI Overview di Google lo avrebbe etichettato falsamente come un molestatore sessuale condannato.

Questa non è una semplice svista tecnica.

È una vicenda che scoperchia il vaso di Pandora sulla responsabilità legale delle intelligenze artificiali e, soprattutto, delle aziende che le mettono in mano a miliardi di persone senza, a quanto pare, un adeguato controllo.

Le accuse infondate e i danni reali

Andiamo al sodo.

Secondo quanto depositato presso la Corte Superiore di Giustizia dell’Ontario, l’intelligenza artificiale di Google ha generato un riassunto a dir poco infamante. Affermava che MacIsaac fosse stato condannato per violenza sessuale, adescamento di minori online e aggressione, sostenendo addirittura che il suo nome fosse inserito a vita nel registro nazionale dei molestatori sessuali.

Accuse completamente false, ma con conseguenze dannatamente reali.

La scoperta è avvenuta nel peggiore dei modi.

Nel dicembre 2025, la comunità indigena Sipekne’katik First Nation ha annullato un suo concerto dopo aver letto proprio quel riassunto generato dall’IA.

Un danno d’immagine ed economico immediato e tangibile, che ha spinto l’artista a chiedere un risarcimento suddiviso in 500.000 dollari per danni generali, 500.000 per danni aggravati e altri 500.000 per danni punitivi. La richiesta di danni punitivi, in particolare, punta il dito contro l’atteggiamento di Google, definita “sprezzante e indifferente” per non aver mai contattato, chiesto scusa o ritrattato le falsità pubblicate.

Un danno d’immagine devastante.

Ma la vera domanda è: chi paga per gli errori di un’intelligenza artificiale?

Non un caso isolato, ma un copione che si ripete

Se pensi che quello di MacIsaac sia un incidente di percorso, ti sbagli di grosso. Questa causa è solo la punta di un iceberg che sta emergendo con prepotenza.

Come riportato dal New York Times, anche la Wolf River Electric, un’azienda del Minnesota che si occupa di energia solare, ha fatto causa a Google. In questo caso, l’AI Overview sosteneva, sempre falsamente, che l’azienda fosse sotto indagine per pratiche commerciali ingannevoli.

Risultato?

Contratti cancellati dai clienti per un valore di circa 150.000 dollari.

E non è finita qui.

Un gruppo di musicisti indipendenti ha denunciato Google per violazione del copyright, accusando i suoi generatori di musica IA di aver “saccheggiato” milioni di canzoni per addestrare i propri modelli.

Il quadro che ne esce è quello di una multinazionale che lancia sul mercato tecnologie potentissime e apparentemente fuori controllo, i cui “errori” finiscono per danneggiare sistematicamente i più piccoli.

Google, dal canto suo, sembra minimizzare, parlando di “errori” tipici di una nuova tecnologia e affermando di aver agito “rapidamente per risolvere il problema”.

Ma è davvero così semplice?

Il nodo della responsabilità: chi è il vero colpevole?

Qui arriviamo al cuore del problema. Fino a oggi, le grandi piattaforme si sono spesso nascoste dietro scudi legali come la Sezione 230 negli Stati Uniti, che le solleva dalla responsabilità per i contenuti pubblicati dagli utenti.

Ma con le AI Overviews la musica cambia, e parecchio. Non si tratta più di ospitare contenuti di terzi, ma di generarne di propri e presentarli come un dato di fatto, in cima ai risultati di ricerca.

Google non è più un semplice intermediario, ma diventa l’editore di quell’informazione.

La questione ha attirato anche l’attenzione delle autorità. La Commissione Europea ha avviato un’indagine antitrust per capire se Google stia violando le regole di concorrenza, “raschiando” contenuti da editori indipendenti per poi riproporli, spesso in modo impreciso, tramite la sua IA, dirottando traffico e ricavi.

Il caso di MacIsaac potrebbe quindi fare da apripista, costringendo i tribunali a rispondere a una domanda che non è più rimandabile:

Un’azienda può lanciare un’arma così potente come l’IA generativa e poi lavarsene le mani quando questa “spara” informazioni false e dannose?

O è finalmente arrivato il momento di pretendere una piena e totale assunzione di responsabilità?

Anita Innocenti

Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.

15 commenti su “Google e l’IA che diffama: un musicista chiede 1,5 milioni di dollari di risarcimento”

  1. Luciano D’Angelo

    L’intelligenza artificiale non ha colpe. Replica i pregiudizi con cui è addestrata. Il problema non è la macchina, ma il suo creatore.

    1. Luciano D’Angelo, creatore, macchina… che palla. È un business. L’errore è una feature finché non costa troppo. Vediamo se 1,5 milioni bastano per un fix.

      1. Luciano D’Angelo

        Elena, 1,5 milioni sono solo il costo del biglietto per il futuro che ci vendono. A qualcuno deve pur toccare la parte dello scemo del villaggio globale, no?

  2. Alessandro Parisi

    Certo, un “bug”. Un errore di calcolo che ti etichetta pervertito a vita. Preferisco quasi un giudice corrotto, almeno lui puoi provare a pagarlo.

    1. Melissa Benedetti

      Carlo Ferrari, un giudice algoritmo non prende mazzette. Questo è solo un bug da fixare. Danno collaterale per un sistema più pulito, no?

  3. Chiara De Angelis

    Loro lo definiscono un “costo operativo”. Per la vittima è un danno esistenziale. Un algoritmo può cancellare una vita, non solo una SERP.

  4. Chiara De Angelis

    La diffamazione algoritmica diventa la norma. Loro la chiamano “allucinazione”, per la vittima è un danno concreto. Il prezzo di questo progresso lo pagano sempre gli individui, mai le piattaforme tecnologiche.

  5. Pensare a un errore è ingenuo. Queste aziende varano navi con falle note, considerando i passeggeri annegati come un costo operativo accettabile. La reputazione di una persona è solo una riga di calcolo nel loro foglio di previsione.

    1. Noemi, più che costo operativo, lo chiamerei “stress test reputazionale”. Loro misurano il danno, noi lo subiamo. Un modello di business niente male.

  6. Isabella Riva

    Questi colossi lanciano missili digitali e poi si stupiscono dei crateri. La loro tecnologia è un’arma senza sicura. La reputazione delle persone diventa solo un danno collaterale.

    1. Claudia Ruggiero

      Isabella, più che di missili parlerei di un collaudo del prodotto evidentemente fallimentare, un errore da principianti che ogni PMI conosce. A questo punto, basta che inseriscano i risarcimenti per la diffamazione come una semplice voce di costo nel loro piano industriale.

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