L’illusione del traffico AI: oltre l’80% delle visite sono false!

Anita Innocenti

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Un’indagine condotta da un veterano dei motori di ricerca ha rivelato che quasi l’82% delle visite attribuite agli assistenti AI sono ingannevoli, portando a costi inutili e statistiche errate.

Un'analisi di Duane Forrester rivela una realtà sconcertante: l'81,8% del traffico attribuito ad assistenti AI è falso. Questi bot, mascherati da nomi noti come ClaudeBot e Googlebot, sono semplici scraper. Tutto ciò solleva seri dubbi sull'affidabilità delle metriche di analytics e sui costi nascosti che gravano sui proprietari dei siti web.

L’illusione del traffico AI: la scoperta che smaschera i dati

Hai notato anche tu, ultimamente, un’impennata di visite al tuo sito da parte di crawler che si identificano come “assistenti AI”?

Molti stanno brindando, pensando di essere finiti nel radar dei nuovi giganti tecnologici.

La verità, però, potrebbe essere molto meno entusiasmante.

Duane Forrester, un veterano con oltre vent’anni di esperienza nel mondo dei motori di ricerca, (abbiamo intervistato Duane a novembre 2025, se ben ricordi) ha deciso di vederci chiaro e ha messo le mani nei log del suo server.

Il risultato?

Un sonoro campanello d’allarme: come ha descritto nel dettaglio sulla sua newsletter “Duane Forrester Decodes”, un incredibile 81,8% di quel traffico “AI” era in realtà fasullo, impossibile da verificare come proveniente dalle aziende che dichiarava di rappresentare.

In pratica, più di quattro visite su cinque non erano chi dicevano di essere.

Si tratta di bot sconosciuti, scraper o chissà quali altri strumenti che si mascherano dietro nomi altisonanti come ClaudeBot per agire indisturbati.

Un’analisi che smonta pezzo per pezzo la narrazione di un interesse crescente e genuino da parte delle intelligenze artificiali.

Ma la vera doccia fredda, quella che dovrebbe farci riflettere ancora di più, riguarda il bot più conosciuto di tutti.

Quando Googlebot non è Googlebot: il tasto più dolente

Se pensavi che il problema si fermasse ai nuovi arrivati, tieniti forte.

Forrester ha sottolineato che per il traffico etichettato come Googlebot la situazione è “persino peggiore”. Questo significa che la quantità di bot che si spacciano per il crawler ufficiale di Google ha superato, almeno sul suo sito, quella delle visite autentiche.

Per anni, malintenzionati e scraper aggressivi hanno usato il nome di Googlebot come un passe-partout per aggirare le difese dei siti, ma l’indagine di Forrester suggerisce che il fenomeno ha raggiunto proporzioni epidemiche.

Ma come ha fatto a scoprirlo?

Con un metodo tanto semplice quanto rigoroso: ha verificato l’identità di ogni richiesta. In parole povere, ha controllato la “carta d’identità” di chi bussava alla sua porta digitale, verificando che l’indirizzo IP del richiedente corrispondesse a quelli ufficialmente usati da Google.

Una procedura standard che, a quanto pare, quasi nessuno mette in pratica, fidandosi ciecamente del nome visualizzato nei report.

La cosa più sorprendente, come evidenziato da Business News, è che su un nuovo sito analizzato da Forrester, il traffico del presunto ClaudeBot superava addirittura quello di Googlebot, dimostrando quanto aggressiva e ingannevole possa essere questa nuova ondata di traffico automatizzato.

Il punto è: chi si nasconde dietro queste maschere digitali e, soprattutto, cosa vuole veramente dai nostri siti?

Costi reali e dati falsati: cosa rischi veramente

Dietro questo traffico mascherato non c’è un simpatico assistente AI che impara dai tuoi contenuti.

Più probabilmente, ci sono operazioni di scraping di dati, strumenti SEO di competitor che analizzano la tua struttura o, nel peggiore dei casi, bot che cercano vulnerabilità.

Questi attori sfruttano la FOMO (Fear Of Missing Out) del momento: chi se la sentirebbe oggi di chiudere la porta in faccia a un bot che potrebbe portare il proprio sito nelle risposte di un’IA di nuova generazione?

Ed è proprio su questa esitazione che loro contano per agire indisturbati.

Le conseguenze per te non sono affatto trascurabili.

Primo, i costi infrastrutturali: ogni visita fake consuma risorse del tuo server, rallentando il sito per gli utenti reali e aumentando le tue spese.

Secondo, i tuoi dati di analytics diventano spazzatura: prendi decisioni strategiche basandoti su un pubblico che, in larga parte, non esiste.

In molti iniziano a parlare di queste metriche come “vanity metrics”, numeri belli da vedere ma totalmente vuoti di significato.

La domanda che resta aperta è se i giganti dell’IA faranno qualcosa per mettere ordine in questo Far West digitale, o se per loro, in fondo, questo caos dove chiunque può usare il loro nome faccia comodo per alimentare l’hype.

Anita Innocenti

Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.

6 commenti su “L’illusione del traffico AI: oltre l’80% delle visite sono false!”

  1. Patrizia Bellucci

    Oh, quindi i computer che visitano i siti non sono tutti qui per imparare da noi e diventare nostri amici? È una delusione. Resta da capire se questa consapevolezza modificherà i modelli di business basati sul nulla.

    1. Gabriele Caruso

      @Patrizia Bellucci Esatto. Pensavamo di dialogare con nuove menti, invece sono solo vecchi fantasmi nel server. Insegno a costruire su queste metriche. Ora mi sento come uno che ha venduto castelli di sabbia. Che valore ha il nostro lavoro adesso?

    1. Giovanni Battaglia

      @Francesco De Angelis Finisce? Hanno solo riverniciato i vecchi bot. Il vero problema è chi ancora ci crede, non trovi?

  2. E io che mi illudevo di essere diventata una fonte autorevole per l’intelligenza artificiale. La realtà è che sono solo un costo sui miei server. A volte mi chiedo se tutto questo sforzo abbia un senso.

  3. Riccardo De Luca

    Ok, l’80% dei miei fan sono bot. Che onore. Raga, state sereni e filtrate i dati. Non è mica la fine del mondo.

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