Rendering, JavaScript e contenuti originali: come rendere un sito davvero visibile ai crawler AI, secondo Nikki Halliwell
Rieccoci su SEO Confidential, la rubrica in cui ci confrontiamo con gli esperti SEO (e GEO) più autorevoli del mondo.
Oggi parliamo di un tema sempre più dirimente per chi lavora online e vuole essere citato, menzionato e consigliato dai motori di risposta AI: il rendering.
Sembra un dettaglio tecnico da sviluppatori, ma in realtà può decidere se i tuoi contenuti vengono visti dai crawler AI oppure no. E se non vengono visti, semplicemente non esistono, per quanto tu possa aver scritto qualcosa di davvero valido.
A parlarcene è Nikki Halliwell, esperta SEO con 10 anni di esperienza in marketing e specializzata in SEO tecnica ed eCommerce. Il suo approccio è chiaro: usare i dati per capire cosa sta succedendo davvero e trasformarli in un piano d’azione pratico.
In questa intervista Nikki ci racconta perché secondo lei il rendering è uno degli aspetti più sottovalutati della SEO oggi, quali errori tecnici compromettono la visibilità dei tuoi contenuti e come verificare, passo dopo passo, se il tuo sito è davvero leggibile dai sistemi AI.
Consigli pratici, concreti, da applicare subito.
Beh, che dire ancora? Solo una cosa: buona lettura!

“La differenziazione ti fa notare. L’accessibilità fa sì che tu possa essere trovato prima di tutti”, ci ha detto Nikki
Negli ultimi mesi sono nati molti acronimi come GEO, AEO e LLMO. Come valuti questa evoluzione? Pensi che rappresenti un vero cambiamento nel modo di fare SEO o soprattutto un cambiamento nel modo di raccontarla?
Onestamente, si tratta soprattutto della stessa disciplina con un’etichetta nuova. Dati strutturati, segnali chiari relativi alle entità, contenuti ben organizzati, accessibilità tecnica. Per la maggior parte dei SEO, nulla di tutto questo è nuovo: lo facciamo da anni.
Quello che è realmente cambiato è la destinazione. Invece di avere un crawler che indicizza una pagina e la inserisce in un elenco ordinato per ranking, oggi abbiamo sistemi che estraggono porzioni di contenuto dal loro contesto e le utilizzano per sintetizzare una risposta.
Questa è una differenza concreta a livello meccanico e modifica anche una parte del lavoro tecnico: bisogna considerare, per esempio, come vengono suddivisi i contenuti in blocchi, se sono effettivamente recuperabili e in che modo vengono citati.
Quindi direi che si tratta degli stessi principi fondamentali, che però richiedono alcuni nuovi modi di ragionare. Sarei cauta nei confronti di chi presenta la GEO come una disciplina completamente nuova che bisogna imparare da zero.
Con la crescente quantità di contenuti generati dall’AI, quale pensi sarà il fattore che farà davvero emergere un brand nelle risposte dei sistemi di intelligenza artificiale?
Avere qualcosa che i modelli non possano trovare in altre dieci pagine che dicono tutte la stessa cosa. Dovrebbe trattarsi di dati proprietari, una ricerca originale, un punto di vista realmente di prima mano oppure un risultato concreto ottenuto da te e che puoi dimostrare.
Se il tuo contenuto sembra il riassunto di ciò che è già posizionato nei risultati di ricerca, stai competendo per essere uno dei tanti input quasi identici. E non c’è alcun motivo per cui un sistema di AI dovrebbe scegliere te invece della pagina successiva.
La seconda parte è altrettanto importante: tutto questo non serve a nulla se il contenuto non è effettivamente recuperabile. Vedo brand con contenuti davvero validi e differenziati che non vengono mai utilizzati perché sono nascosti dietro JavaScript o strutturati male.
La differenziazione ti fa notare. L’accessibilità fa sì che tu possa essere trovato prima di tutti.
Google AI Mode sembra premiare risposte complete più che semplici pagine ottimizzate per una parola chiave. Come pensi che questo cambierà il modo di progettare i contenuti nei prossimi anni?
Penso che ci allontaneremo dal modello basato sulle keyword per orientarci verso una pianificazione costruita attorno a un intero argomento o topic cluster.
Potrebbe esserci una query principale, ma ci saranno anche le domande successive che le persone pongono realmente, il cosiddetto query fan-out, i confronti e gli aspetti da considerare. Questo significa fare più ricerca nella fase iniziale per capire come si articola realmente un argomento e progettare un’architettura dei contenuti che mostri le relazioni tra queste diverse parti, invece di creare una serie di pagine superficiali, ognuna pensata per intercettare una variante long-tail leggermente diversa.
È più lavoro nella fase di pianificazione, ma in seguito comporta meno duplicazioni e meno problemi di cannibalizzazione.
Mi aspetto anche che l’internal linking acquisisca maggiore importanza come strumento per dimostrare la copertura di un determinato argomento, e non soltanto come sistema per facilitare il percorso di crawling.
Molti parlano dell’importanza dell’esperienza diretta e dell’autorevolezza. Quali segnali concreti dovrebbe trasmettere un sito per essere considerato davvero affidabile dai sistemi di intelligenza artificiale?
Tutto ciò che è difficile da falsificare. Ho parlato dei dati originali, ma si possono utilizzare anche screenshot reali, case study con numeri concreti e autori identificabili che abbiano un percorso professionale verificabile altrove.
Anche la coerenza delle informazioni relative alle entità sul web è importante. Mi riferisco al fatto che il tuo brand e i tuoi esperti dovrebbero presentarsi nello stesso modo sul tuo sito, su LinkedIn, negli articoli della stampa e nelle directory di settore.
La freschezza dei contenuti aiuta, ma solo quando gli aggiornamenti sono reali e non consistono semplicemente nel modificare la data di pubblicazione.
Alla base di tutto, poi, i contenuti devono essere effettivamente accessibili ai crawler e correttamente renderizzabili, perché un segnale di affidabilità che un bot non può vedere non serve a nulla.
Se dovessi dare un solo consiglio a un’azienda che oggi vuole prepararsi all’evoluzione di Google AI Mode, su quale attività investiresti prima di tutte e perché?
Sistemate le fondamenta tecniche prima di occuparvi di qualsiasi altra cosa e concentratevi in particolare sul rendering.
Ho analizzato molti siti con contenuti di qualità e una reale competenza alle spalle che, di fatto, risultano invisibili ai sistemi di AI perché i contenuti diventano disponibili solo dopo l’esecuzione di JavaScript oppure sono nascosti all’interno di schede a cui si può accedere soltanto tramite JavaScript.
È frustrante, perché la maggior parte dei crawler AI non aspetta che i contenuti vengano renderizzati come fa Google.
Non importa quanto sia valida la vostra strategia di contenuti: se il sistema che serve le vostre pagine non permette ai contenuti di raggiungere i sistemi che stanno cercando di leggerli, tutto il lavoro rischia di essere inutile.
In un tuo recente articolo sostieni che il rendering stia diventando un fattore decisivo per la visibilità nei sistemi di intelligenza artificiale. Pensi che questo sia oggi uno degli aspetti tecnici più sottovalutati da aziende e professionisti SEO? Perché?
Penso di sì. La maggior parte delle discussioni sulla SEO è ancora incentrata sui contenuti e sulle keyword, mentre gli audit sul rendering tendono a finire nel limbo tra i team SEO e quelli di sviluppo, soprattutto nelle aziende che gestiscono queste attività internamente.
Alla fine, è un’area di cui nessuno si assume davvero la responsabilità e quindi il problema non viene risolto.
C’è anche un altro aspetto: in passato questo problema era più facilmente tollerato. Google aspetta che una pagina venga renderizzata e lo fa da anni. Di conseguenza, molti siti hanno potuto convivere senza accorgersene con un rendering lato client lento o incompleto, senza mai rendersi conto del vero costo di questa scelta.
I crawler AI, in generale, non hanno la stessa pazienza e molti di loro non sono nemmeno in grado di eseguire JavaScript, anche se volessero farlo.
Quindi un problema che prima rimaneva invisibile oggi può tradursi direttamente in una perdita di visibilità su altri sistemi, mentre la maggior parte dei team non ha ancora iniziato a cercarlo.
Eppure, nonostante ciò, vedo molti siti affidarsi pesantemente a JavaScript. Quali errori di sviluppo vedi più spesso compromettere la capacità dei motori di ricerca e dei sistemi AI di comprendere correttamente i contenuti?
Il problema principale riguarda i contenuti fondamentali che esistono solo dopo l’esecuzione di JavaScript, senza che nell’HTML iniziale sia presente qualcosa di realmente significativo.
Un altro caso è lo scroll infinito senza un’alternativa basata su paginazione. Per molti crawler, tutto ciò che si trova oltre il primo caricamento della pagina, di fatto, non esiste.
Vedo anche contenuti che vengono caricati soltanto dopo un’interazione dell’utente, per esempio facendo click per espandere una sezione. Questi contenuti non sono mai presenti nel DOM per un bot che non simula i click.
Vale anche la pena verificare che il file robots.txt non blocchi i file JavaScript e CSS necessari per renderizzare correttamente la pagina. È un errore facile da trascurare e continuo a riscontrarlo con una certa frequenza.
Alla base della maggior parte di questi problemi c’è la stessa questione: una distribuzione dei contenuti che dipende da JavaScript, invece di utilizzare JavaScript per arricchire contenuti che sono già presenti nella pagina.
Quali verifiche tecniche dovrebbe fare oggi un’azienda per capire se il proprio sito è davvero leggibile e utilizzabile dai sistemi di intelligenza artificiale?
Partirei dallo strumento Controllo URL di Google Search Console e confronterei l’HTML renderizzato che mostra con il codice sorgente grezzo della pagina. Se c’è una differenza significativa, significa che il contenuto dipende dal rendering per poter essere visualizzato.
Provate a recuperare una pagina senza eseguire JavaScript, come farebbe un semplice scraper, e verificate quali contenuti sono effettivamente presenti.
Controllate anche il peso delle pagine e i tempi di caricamento con PageSpeed Insights. Le pagine più pesanti o lente da renderizzare sono quelle che hanno maggiori probabilità di andare in timeout con i crawler AI.
Dovreste anche verificare i dati strutturati e controllare che il file robots.txt e i meta tag robots consentano effettivamente l’accesso ai crawler AI dai quali volete ottenere visibilità. Molti siti e CDN li bloccano per impostazione predefinita senza che il proprietario del sito se ne renda conto.
Se avete accesso ai file di log, analizzate anche il comportamento effettivo di questi bot sul vostro sito invece di basarvi su supposizioni. È qui che si trovano i dati più concreti, e avere accesso a queste informazioni sta diventando sempre più importante.
Si parla sempre più spesso del rischio di model collapse, cioè di modelli AI che finiscono per alimentarsi soprattutto di contenuti generati da altre AI. Quanto ritieni concreto questo rischio e quali conseguenze potrebbe avere sulla qualità delle informazioni online?
Penso che sia una questione da considerare nel lungo periodo, più che una crisi immediata. Il rischio non è che i modelli smettano improvvisamente di funzionare, ma che si verifichi una lenta omologazione, in cui gli stessi schemi vengono ripetuti e rafforzati, mentre il pensiero realmente originale si perde nel rumore.
Dal punto di vista pratico, per chiunque produca contenuti questo significa che l’utilizzo di dati originali e di esperienze dirette diventa ancora più importante, non meno, perché si tratta di materiale che non è già presente online in centinaia di versioni rielaborate.
Pensi che i sistemi di intelligenza artificiale abbiano oggi un pregiudizio a favore dei contenuti generati dall’AI? Se sì, come si può evitare che questo impoverisca il web?
Non parlerei tanto di un pregiudizio deliberato, quanto di una tendenza strutturale. I contenuti generati dall’AI tendono a essere più prevedibili e organizzati secondo strutture più uniformi, il che li rende più facili da analizzare e sintetizzare. Esiste quindi il rischio che il riconoscimento dei pattern favorisca il contenuto medio e più schematico rispetto a qualcosa di distintivo, con un vero punto di vista.
Per contrastare questa tendenza bisogna intervenire su ciò che viene premiato. Le piattaforme e i motori di ricerca devono continuare a dare priorità alle fonti realmente originali e verificabili e ai dati di prima mano, rispetto ai contenuti che sono semplicemente ben strutturati. Allo stesso tempo, gli editori devono evitare di appiattire la propria voce per rendere i contenuti più “ottimizzabili”.
Se l’originalità finisce per essere penalizzata, rischiamo di perdere proprio ciò che rende i contenuti davvero preziosi.
Se il web si riempisse di contenuti generati dall’AI, i modelli avrebbero ancora abbastanza conoscenza originale da cui imparare o finirebbero per peggiorare progressivamente?
È una domanda assolutamente legittima e, in fondo, è la stessa questione del model collapse vista da un’altra prospettiva. Non penso che il web aperto smetterà di essere utile, ma credo che il valore si sposterà verso le fonti più difficili da sintetizzare.
Quando parliamo di ricerca e dati originali, per esempio, questi continueranno a distinguersi nelle community e nei forum in cui le persone raccontano esperienze dirette, invece di limitarsi a ripetere il riassunto di qualcun altro. Anche i video e altre forme di contenuti social organici, come quelli pubblicati su TikTok e YouTube, acquisiranno maggiore importanza. Questa sarà un’altra sfida per i brand, che dovranno capire come diversificare i propri contenuti e far sentire la propria voce anche su piattaforme che in passato potevano permettersi di ignorare.
Mi aspetto che, con il tempo, i sistemi che vengono addestrati su questi dati diventino più selettivi rispetto alle fonti da cui attingono. Non sappiamo ancora se saranno in grado di attribuire un peso maggiore alle fonti primarie e verificabili, invece di considerare allo stesso modo tutti i contenuti presenti sul web. Sarà interessante vedere se tutti i contenuti online continueranno a essere considerati ugualmente utili.
Ancora una volta, è una buona notizia per chi produce realmente qualcosa di originale, invece di limitarsi a rielaborare ciò che è già disponibile online.
Perché il rendering è il vero game changer (e nessuno ne parla abbastanza)
Beh, che ne pensi? Ti avevo detto che sarebbe stata un’intervista imperdibile!
Considerazioni davvero importanti queste di Nikki Halliwell.
Come darle torto?
Il rendering è davvero il problema tecnico più sottovalutato in assoluto.
Tantissimi siti mostrano i contenuti importanti solo dopo che il JavaScript ha “finito il suo lavoro” nel browser: il risultato è che, se un crawler non aspetta questo processo, quei contenuti per lui semplicemente non esistono.
Stessa cosa per lo scroll infinito senza pagine numerate: tutto quello che sta oltre il primo caricamento sparisce agli occhi di molti bot. E se un contenuto si apre solo cliccando (tipo un accordion o una tab), un crawler che non clicca non lo vedrà mai.
C’è anche un errore semplice ma super comune: bloccare per sbaglio, dentro il file robots.txt, i file JavaScript e CSS che servono per far vedere correttamente la pagina.
Ma come ci ha ricordato Nikki, si può letteralmente controllare, passo dopo passo, se il proprio sito è “leggibile” o no. Basta confrontare l’HTML renderizzato con quello grezzo, provare a caricare la pagina senza JavaScript, e controllare tempi di caricamento e file di log.
Il messaggio è semplice: se vuoi essere trovato e consigliato dai motori di risposta AI, prima di tutto i tuoi contenuti devono essere davvero raggiungibili. Perché il cliente di domani scoprirà il tuo brand proprio così.
Grazie mille a Nikki per la disponibilità e per questa chiacchierata così concreta.
Appuntamento a lunedì prossimo su SEO Confidential!
#avantitutta

Scriviamo per le macchine, sperando traducano per gli umani. Una strana catena di montaggio per le emozioni. Chissà che sapore avranno le parole dopo questo processo, se mai ne avranno ancora uno.
Prima si offrivano sacrifici a Google, ora a questo nuovo altare. Che cosa cambia?
Meno pippe mentali, più server-side rendering. L’AI non è un critico d’arte, vuole solo HTML pulito. Perché la gente si ostina a complicare tutto quanto?
@Enrica Negri Le bollette si pagano convincendo un’entità non senziente che il nostro lavoro è indicizzabile, prima ancora che leggibile. La nostra abilità, a quanto pare, è diventata questa.
@Paolo Pugliese Praticamente la nostra massima aspirazione è piacere a un tostapane evoluto. E io che mi illudevo di parlare a degli esseri umani. Devo rivedere le mie priorità esistenziali, a questo punto.
Stampini, validazione, rendering. Il nostro necrologio sarà perfettamente indicizzato, almeno questo.
@Massimo Martino L’epitaffio perfetto per un bot. Il nostro cuore, invece, sarà sempre un codice illeggibile. Forse è un bene che sia così.
@Enrica Negri Parole giuste, ma la visibilità ci paga le bollette, non il cuore.
Esistiamo solo se un bot ci convalida. Che malinconica prospettiva futura.
La tecnica è la base. Ma la nostra unicità deve bucare lo schermo, sempre.
Ci stanno consegnando lo stampino per uniformare le idee, trasformando il web in un’infinita catena di montaggio. Quale sarà il nostro scarto di produzione?
Ci spiegano come riscrivere il nostro pensiero per diventare computazionalmente commestibili.
Giuseppina Negri, più che commestibili, direi digeribili. Un processo di pre-masticazione del pensiero per nutrire l’intelligenza artificiale. Ci estingueremo per sazietà altrui?
Questo non è un filtro, è un innesto. Ci dicono come modificare il nostro codice per non essere rigettati dal sistema. Che incubo.
Parlate di serrature, ma questo è un filtro d’ingresso. Ci spiegano come formattare la nostra richiesta d’asilo, non come ottenere la cittadinanza.
Chiamarlo lettore è un eufemismo sentimentale per il nuovo guardiano; il nostro lavoro è solo dargli le chiavi giuste per aprire il cancello agli umani.
Nicola Caprioli, il punto è che il guardiano userà le nostre chiavi per decidere *quali* umani far passare, secondo logiche a noi ignote. Un progresso formidabile per la nostra professione di meri fabbri digitali.
Tommaso Sanna, altro che fabbri. Forniamo solo il metallo grezzo a una macchina che decide per chi forgiare la chiave. Siamo la miniera, non l’officina.
Nicola Caprioli, il guardiano prima o poi si tiene le chiavi. E decide lui chi parla con gli umani. Bel futuro ci attende.
Carlo Ferrari, non si tiene le chiavi, cambia proprio la serratura. Il problema non sarà entrare, ma riuscire a uscire dalla sua logica.
Altro che cambiare serratura. Qui ci stanno costruendo un palazzo intorno, e noi siamo impegnati a discutere del colore delle tende per piacere al padrone di casa. Uscire da quella logica non è un’opzione contemplata dal progetto.
Dedichiamo risorse ingenti per apparire a lettori che, tecnicamente, non sanno leggere.
Tommaso Sanna, la vedo peggio. Non scriviamo per lettori che non leggono. Forniamo dati grezzi per addestrare i nostri sostituti. Stiamo solo alimentando la macchina che ci renderà superflui.
Tommaso Sanna, i nostri clienti pagano per imboccare un’intelligenza artificiale, sperando che rigurgiti le nostre parole esatte. Siamo diventati ghostwriter per macchine analfabete. Mi domando quale sia il prossimo stadio di questa evoluzione.
Ci affanniamo a servire contenuti impeccabili su un piatto d’argento per un’AI che li riscriverà senza citarci. È un paradosso mascherato da progresso. A quando il manuale per diventare un’eco perfetta?
Perfetto, la nuova metrica di successo è quanto siamo digeribili per un’intelligenza artificiale.
Scriviamo poemi per poi interrogarci sul rendering, come se un’anima digitale potesse apprezzare la nostra meticolosa preparazione al suo banchetto quotidiano.
Paola Caprioli, prepariamo il banchetto. L’algoritmo però non ha gusto, conta solo i byte.
Ci affanniamo a curare il rendering per diventare foraggio di prima qualità per i modelli, dimenticando che il valore generato da queste operazioni non ci appartiene. Stiamo meticolosamente lucidando i nostri dati prima di cederli. Quale sarebbe il ritorno di tale solerzia?
Mentre si discute di fabbri e cattedrali, i nostri contenuti addestrano le AI che ci sostituiranno. Stiamo lavorando diligentemente alla nostra irrilevanza. Un piano ben riuscito.
Giulia, non è un piano. È un allevamento. Noi siamo le galline che covano le uova che ci mangeranno. Che sapore avremo?
Trovo delizioso questo dibattito sul diventare abili fabbri, mentre l’intelligenza artificiale progetta già interi universi senza porte né architetti, trasformando la nostra professione in un mero passatempo archeologico.
Quindi il contenuto non conta, conta solo come lo vede la macchina. Magnifico.
Carlo Ferrari, hai costruito una cattedrale senza porte e ti stupisci che nessuno entri. Il contenuto è l’opera, ma il rendering è l’ingresso; senza quello hai solo un monumento alla tua personale irrilevanza.
Capisco. Quindi il lavoro non è più fare cattedrali, ma diventare un bravo fabbro per un padrone che le vuole tutte uguali. Che prospettiva esaltante.
Carlo Ferrari, è proprio così. Diventiamo tutti sarti digitali che cuciono vestiti per un imperatore invisibile. Che futuro ci aspetta?
Fuffa tecnica? È l’unica barriera contro l’irrilevanza. Stiamo già perdendo terreno.
Enrico Romano, la sua è una reazione logica. Ci adattiamo a regole decise da algoritmi. È il mio pane quotidiano. Ma quale contenuto di valore difendiamo con questa perenne rincorsa tecnica?
Enrico Romano, barriera contro l’irrilevanza? A me pare più la solita corsa per accontentare un algoritmo. E i clienti? Nel frattempo aspettano che la pagina carichi.
Ci adeguiamo a regole tecniche che la stessa macchina renderà obsolete tra sei mesi. Qual è il senso di rincorrere un traguardo che si sposta?
@Davide Fabbro E se il senso non fosse raggiungere il traguardo, ma solo addestrare la macchina che un giorno correrà al posto nostro?
Ok, la solita fuffa tecnica. Rendering, JS, crawler. Alla fine il punto è sempre lo stesso: quanto mi costa sistemare il sito? E per quanto tempo funziona prima che l’AI cambi idea? I miei clienti devono fatturare, non inseguire l’ultimo aggiornamento.
Parlare di storie è un’elegia per e-commerce falliti. La visibilità è un problema di codice, non di narrativa. Quando lo capirete?
Mi chiedo se un giorno basterà scrivere bene per esistere, senza pagare questi sacerdoti del codice per ogni sillaba pubblicata. Un tempo in cui le parole non dovranno più pagare il pedaggio a un algoritmo.
Paola Caprioli, bel sogno. Io vendo abiti, non poesie. Se il sito non è visibile, il magazzino resta pieno. Per me questa non è filosofia, è solo un’altra noiosa riga di costo nel bilancio di fine mese.
Sara Sanna, lo so. Ma anche i tuoi abiti raccontano storie. Peccato che per ascoltarle serva un tecnico, invece di un’anima sensibile.
L’anima sensibile non mi paga il tecnico, Paola. E siamo sempre allo stesso punto.
La Halliwell, un’altra che ci spiega come lucidare il paraurti dell’auto per passare al casello AI, mentre i miei clienti si chiedono come pagare l’assicurazione. Questa rincorsa tecnica serve solo a chi vende le palette per dirigere il traffico.
Sempre più tecnico, sempre più costoso. Il punto non è il rendering, è chi può permettersi di stare al passo con questi deliri.
Simone Ferretti, non sono deliri. È il nuovo casello autostradale della visibilità. Serve a scremare chi non è attrezzato. Se non puoi pagare il biglietto, resti semplicemente sulle strade provinciali. Non è una questione di opinioni, è una questione di competenza tecnica.
Offriamo i nostri contenuti in pasto a un oracolo di silicio. Lui decide chi esiste e chi no. Mi chiedo se non stiamo solo insegnando alla nostra nemesi come pensare con la nostra testa.
Emma Rinaldi, io le insegno volentieri a pensare, basta che paghi le fatture. Chiamatela nemesi, io la chiamo cliente. Voi no?
Emma Rinaldi, lo nutriamo, certo. Ma con le nostre briciole. Lui si sente sazio e noi restiamo visibili. Un baratto come un altro, no?
Sempre una pala nuova per la stessa montagna di sabbia. Fino a quando?
Andrea Ruggiero, la pala nuova la devi usare. Punto. Chi si ferma a fare domande è già fuori. Qua si controlla il codice, non si fa filosofia.
Andrea Ruggiero, il problema non è la pala, è che la montagna di sabbia la creano loro apposta, così continuiamo a pagare per spostarla. La vera domanda è: quando smettiamo di giocare al loro gioco?
Tutti a lamentarsi. Io controllo il rendering ogni ora. Se non mi vedono, non esisto.
Tutto ‘sto sbatti tecnico per piacere a un bot che cambia idea ogni sei mesi. Curiamo l’AI e non il cliente. Mah. E se poi non converte?
Melissa Benedetti, tra sei mesi ci chiederanno di scrivere in esadecimale per piacere al nuovo bot. E noi, come bravi youtuber, lo faremo.
Melissa Benedetti, il cliente non lo raggiungi col pensiero. Se il bot non ti indicizza, per gli utenti sei invisibile. È il nuovo passaparola, solo che è tecnico. Prima ti fai trovare, poi vendi. O il tuo business funziona diversamente?
Hai ragione, le regole sono queste. Ma ci stiamo trasformando in tecnici, non più in commercianti. E se domani il bot cambia idea di nuovo, ripartiamo da capo?
Quindi, oltre a un e-commerce funzionante, devo accertarmi che il mio JavaScript non sia indigesto per l’AI. Che gioia infinita per le mie giornate.
Scriviamo menù complessi per un ospite invisibile. Mastica le nostre parole, le digerisce. Non sappiamo cosa diventeranno. Questo buio mi mette i brividi.
Serviamo prelibatezze verbali a intelligenze artificiali, che poi le digeriscono per produrre un riassunto insapore per il pubblico. Mi domando quanto valga ancora la nostra firma su contenuti del genere.
Alessandra, la firma è il certificato di origine della materia prima, prima che l’algoritmo la trasformi in un omogeneizzato per le masse.
Ci affanniamo a imbellettare i nostri contenuti per entità che li useranno a loro piacimento, un’ingenua sottomissione mascherata da progresso tecnico. Ma chi controlla l’accesso ultimo ai dati che cediamo così generosamente?
Luciano Gatti, la sua domanda è un faro nella nebbia. Allestiamo banchetti digitali sempre più sontuosi per un pubblico di automi, ignorando che la portata principale siamo noi. Quando smetteremo di apparecchiare la tavola per i nostri stessi predatori informatici?
Trovo commovente la nostra dedizione nel trasformare la scrittura in un esercizio tecnico per compiacere un’intelligenza artificiale, ignorando completamente il lettore umano che, a quanto pare, è diventato un dettaglio trascurabile.
Tutto ‘sto cinema per farci leggere da un’IA, quando basterebbe scrivere per le persone.
Tutti a discutere se l’automa sia un commensale o meno. Io mi chiedo chi ci garantisce che domani questo ‘commensale’ non apra il suo ristorante usando le nostre ricette. Stiamo barattando dati proprietari in cambio di una visibilità del tutto precaria.
Davide Fabbro, la garanzia è che il ristorante lo aprirà, e lo farà con i nostri soldi dopo averci offerto visibilità come contentino. La vera domanda è: perché ci affanniamo tanto a regalare la materia prima a chi ci rimpiazzerà?
Noemi Barbato, ce lo chiediamo tutti. Forniamo la materia prima perché l’alternativa è diventare irrilevanti oggi, non domani. È una mossa obbligata, ma non capisco se sia per sopravvivere o solo per posticipare la fine del nostro lavoro.
Automa o commensale, purché paghi il conto. O parliamo di visibilità fine a sé stessa?
@Simone De Rosa Il “conto” è un’illusione. L’automa non paga, estrae valore. Forniamo dati per addestrare il nostro sostituto. Diventiamo la fonte anonima di una risposta che monetizzano altri. Quale sarebbe il ritorno di questo investimento?
@Simone De Rosa Il conto lo paga l’utente, non l’automa. Quello ti porta il contatto e basta. Tutto ‘sto cinema sulla visibilità fine a sé stessa è surreale. Se non ti trovano, semplicemente il gioco non inizia.
Chiamarlo commensale è un eufemismo, è un automa che campiona dati per addestrare il suo modello. A quel punto qual è il nostro margine?
Ostinarsi con la metafora del commensale. Un commensale che detta ingredienti e ricetta, peraltro. A noi resta il pregevole compito di non bruciare la cena. Che slancio creativo.
@Renata Bruno Un commensale che nemmeno mangia. Analizza il piatto, lo cataloga e poi lo rivende. La nostra creatività è solo un suo dato.
Stiamo allestendo la perfetta cena per un commensale che non ha palato, col terrore che un errore di rendering ci faccia sparire dal menù. Qual è il piano B se l’ospite decidesse di mangiarsi anche i cuochi?
Stiamo imparando a imbandire la tavola per un ospite che potrebbe ribaltarla in ogni momento.
@Noemi Conti È una prospettiva comprensibile, ma limitante. L’ospite chiede solo un posto apparecchiato con cura. È un invito al dialogo, non una minaccia.
L’ennesima regola del gioco per vendere. Prima i link, ora il rendering. Chi non si adegua è fuori. Noi siamo già avanti.
@Giovanni Graziani Vi invidio per essere “già avanti”, perché significa che avete capito il gioco prima degli altri. Noi intanto investiamo su questo, in attesa del prossimo requisito indispensabile per esistere online.
Ci affanniamo sul rendering per compiacere algoritmi che cambieranno domani, ignorando che il vero arbitro della visibilità resta chi possiede l’infrastruttura. Stiamo solo arredando con cura la nostra cella digitale?
@Nicola Caprioli, la cura dell’arredo non modifica la sentenza del nostro carceriere digitale.