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Contattaci oraMentre si discute della possibilità che l’intelligenza artificiale possa causare l’estinzione umana, voci critiche sottolineano come questa narrazione distolga l’attenzione da impatti molto più immediati come la perdita di posti di lavoro e i bias algoritmici.
Un ex ricercatore di Anthropic lancia l'allarme: l'IA potrebbe estinguerci. Ma mentre la Silicon Valley si interroga su scenari apocalittici, il podcast Uncanny Valley di WIRED sposta il focus sui problemi reali. La vera minaccia, forse, non è la fine del mondo, ma la fine del nostro lavoro, con milioni di posti a rischio nell'immediato futuro.
Tra apocalisse e problemi reali: il dibattito che infiamma la Silicon Valley
Pensa a un ricercatore di Anthropic, uno dei laboratori di punta che lavora sulla sicurezza dell’intelligenza artificiale, che un bel giorno si alza, dà le dimissioni e dichiara pubblicamente che c’è una “possibilità reale” che l’IA ci faccia fuori tutti entro i prossimi 10 anni.
Non è la trama di un film di fantascienza, ma quello che è successo davvero.
Secondo lui, molti di quelli che stanno costruendo questi sistemi avanzati sono convinti che esista una probabilità superiore al 10% che il loro lavoro porti all’estinzione umana entro la fine di questo decennio.
Una dichiarazione che, ovviamente, ha fatto il giro del web, scatenando il panico e portando una domanda da forum di nicchia sui tavoli che contano: l’IA ci ucciderà davvero?
Ma la domanda che sorge spontanea è: dobbiamo davvero iniziare a costruire un bunker o c’è dell’altro sotto?
Cosa si nasconde dietro le quinte delle grandi aziende AI?
A provare a dare una risposta ci ha pensato il podcast Uncanny Valley di WIRED, che nell’episodio “Is AI Actually Going to Kill Us All?” ha messo a nudo le contraddizioni di questa narrazione. Will Knight, un giornalista che segue l’IA da anni, ha subito messo in dubbio il modo in cui questi rischi vengono quantificati. Sottolinea come molti confondano ciò che è teoricamente possibile con ciò che è realmente probabile, attaccandoci sopra percentuali che sembrano, per dirla tutta, tirate fuori dal cilindro.
Diciamocelo, non esiste un metodo scientifico per calcolare il rischio di estinzione causato dall’IA, e i sistemi che usiamo oggi sono ben lontani dall’essere le superintelligenze autonome che vediamo nei film. Eppure, il fatto che ricercatori di alto livello esprimano queste paure è diventato un’arma politica e culturale che sta già influenzando regole, investimenti e la percezione pubblica.
Eppure, se queste paure apocalittiche servissero a nascondere problemi molto più concreti e immediati?
Problemi che, magari, toccano già il tuo lavoro.
L’estinzione può attendere, la perdita del lavoro no
Mentre il dibattito si concentra su scenari da fine del mondo, la realtà ci presenta un conto ben più tangibile. Lo stesso podcast di WIRED evidenzia come l’attenzione mediatica sull’apocalisse rischi di distrarre da danni concreti e già in atto: bias algoritmici, disinformazione su larga scala e, soprattutto, un impatto devastante sul mondo del lavoro.
È curioso, non trovi?
Mentre si discute della remota possibilità di un’estinzione, lo stesso CEO di Anthropic, Dario Amodei, ha avvertito che gli agenti IA potrebbero spazzare via fino a metà dei lavori impiegatizi di primo livello nel giro di 1-5 anni.
E non si tratta di previsioni future: una ricerca citata in un altro episodio del podcast mostra già un calo del 16% dell’occupazione tra i 22 e i 25 anni in settori come il servizio clienti e lo sviluppo software, proprio a causa della diffusione degli strumenti di IA.
Forse, il vero rischio immediato non è che un’IA decida di eliminarci, ma che un algoritmo decida che il nostro lavoro non è più necessario.

Discutono di schermi spenti, mentre il silenzio avanza tra le scrivanie già vuote.
@Miriam Gallo Agitano lo spettro dei robot assassini come una cortina fumogena per mascherare la realtà ben più prosaica delle liquidazioni. Il futuro che sognavano è solo una stanza vuota con l’eco delle nostre voci.
La discussione tra apocalisse e disoccupazione è un paravento per una semplice, per quanto brutale, selezione di competenze. L’unica domanda che mi pongo è quanti capiranno da che parte della barricata conviene posizionarsi prima che sia troppo tardi per lamentarsene.
@Elena Bianchi Barricate e posizioni sono concetti superati. L’AI riscrive le regole, non segue le nostre.
L’apocalisse robotica è un’ottima cortina fumogena, una distrazione di massa per non parlare della noiosa realtà dei licenziamenti. Mentre filosofeggiano sulla fine del mondo, io continuo a disegnare interfacce. Del resto, anche il percorso verso l’irrilevanza merita una buona user experience, no?
@Benedetta Lombardi La tua UX per l’irrilevanza servirà, io intanto preparo il business plan.
La grande distrazione dell’apocalisse funziona a meraviglia. Mentre tutti guardano il cielo in attesa dei robot assassini, i veri squali svuotano gli uffici senza fare rumore. Chissà quanti ex-ricercatori allarmisti hanno già fondato la loro startup sulla “sicurezza dell’IA”.
Un bel fumogeno per nascondere le sedie che tolgono da sotto a tutti.
@Enrica Negri Esatto, il focus deve andare sulle persone e sulle loro nuove competenze.
@Enrica Negri Le nuove competenze sono un bel mantra, ma la velocità del cambiamento è brutale. Mentre la gente si forma su un tool, ne sono già usciti dieci che lo rendono obsoleto. È una rincorsa senza fine che lascia indietro un botto di persone.
L’apocalisse è una narrazione più vendibile della semplice obsolescenza professionale di massa, un diversivo quasi tenero per chi non sa come rendersi utile nel prossimo trimestre.
La solita commedia dei potenti che filosofeggiano sulla fine della specie per non parlare di stipendi e posti di lavoro. Una cortina di fumo fantascientifica per nascondere il fatto che stanno semplicemente sostituendo persone con software. Quanto vale una vita, oggi?
Solita manfrina apocalittica. Chi è sveglio ci sta già guadagnando, punto.
Vendere biglietti su una nave che affonda è redditizio, finché non finisce il ponte.
Angela Ferrari, la manfrina è il prodotto. Vendono fumo escatologico per coprire la vera disruption: la nostra irrilevanza programmata. Quanto vale un format del genere sul mercato?
Il solito teatrino apocalittico per distrarre dal problema reale. A chi giova questo panico?
La solita fuffa apocalittica. Una mossa perfetta per nascondere il vero problema: i posti di lavoro che saltano. Alla fine, a chi conviene davvero questo teatrino?
Simone Ferretti, agitare lo spettro dell’estinzione è più redditizio che gestire la banale automazione del lavoro, una verità evidentemente scomoda per la maggioranza.
Elena Bianchi, la paura è la merce migliore che hanno. Ci tengono occupati con l’estinzione mentre loro fanno profitti sui licenziamenti. È un gioco vecchio che conosciamo fin troppo bene.
Basta con queste fantasie apocalittiche. Sono solo scuse per mascherare i licenziamenti di massa che stanno già avvenendo. Quando inizieremo a parlare dei problemi reali?