Dai pagamenti via QR code alla ricerca guidata dalla pubblicità, il mercato cinese mostra alcune tendenze che potrebbero arrivare anche da noi in Occidente
Per questo nuovo episodio di SEO Confidential abbiamo avuto il piacere di chiacchierare con Natalia Witczyk, consulente SEO realmente internazionale, non tanto per.
Natalia è International SEO Consultant e CEO di Mosquita Digital, con oltre dieci anni di esperienza in progetti internazionali tra Europa, Asia, Stati Uniti e America Latina. È anche Associate Professor alla TBS Education, dove insegna SEO per l’e-commerce, web analytics e SEO tecnica, ed è giudice per i Search Awards (EU, Global e UK).
Vive e lavora in Cina e per questo conosce da vicino due realtà, quella occidentale e quella asiatica, spesso troppo diverse per essere messe a confronto. Insomma, parliamo di una che il mercato cinese non lo studia sui report, lo vive ogni giorno.
Con lei abbiamo parlato di pagamenti via QR code che potrebbero cambiare per sempre il modo in cui usiamo carte come Visa e Mastercard, di pubblicità che dice letteralmente all’utente cosa scrivere nella barra di ricerca (sì, hai letto bene) e delle differenze, spesso sottovalutate, tra Google e Baidu, che tutto sono tranne che “la stessa cosa con un logo diverso”.
Natalia ci ha dato consigli molto concreti su come monitorare la presenza di un brand nei sistemi di intelligenza artificiale e su cosa conta davvero, e cosa invece è solo vanity metric, quando si parla di visibilità nell’era della GEO.
Stai pensando di espandere la tua attività in Cina? Allora questa è una lettura necessaria.
Ma anche se non ci pensi proprio, tieni gli occhi aperti: le tendenze che nascono lì spesso arrivano da noi con qualche anno di ritardo. Meglio farsi trovare pronti, soprattutto quando in gioco c’è la visibilità del tuo brand.
Per farla breve, se vuoi che il tuo brand sia visibile nell’era della ricerca AI, che la tua azienda venga consigliata da ChatGPT, Gemini o dagli altri LLM, questa intervista fa proprio al caso tuo.

Qui trovi le risposte di Natalia in formato video:
Nel paragrafo qui sotto trovi la trascrizione dell’intervista con Natalia Witczyk, buona lettura!
Quando la pubblicità ti dice già cosa cercare: cosa succede nel mercato cinese
Hai raccontato che in Cina il modo di cercare informazioni stava già cambiando prima dell’arrivo dell’intelligenza artificiale. Quali trasformazioni ti hanno colpito di più? Pensi che anche l’Occidente seguirà un percorso simile, magari con qualche anno di ritardo?
La tendenza più interessante che ho avuto modo di sperimentare vivendo in Cina riguarda sicuramente i pagamenti. La Cina, infatti, ha di fatto saltato la diffusione delle carte di debito e di credito come le conosciamo in Europa. I pagamenti contactless e i sistemi basati sulle carte non sono mai diventati davvero centrali nella vita quotidiana.
Il Paese ha invece adottato su larga scala i pagamenti tramite QR code, soprattutto attraverso due sistemi: Alipay e WeChat Pay. Sono ormai praticamente ovunque. Li trovi nei negozi, nei taxi e persino tra i venditori ambulanti di frutta, verdura e prodotti freschi. In pratica, chiunque venda qualcosa può avere il proprio QR code stampato su un semplice foglio di carta, spesso con i codici di Alipay e WeChat Pay affiancati.
Il sistema è estremamente semplice e funziona molto bene. Anche per uno straniero che arriva in Cina per la prima volta, utilizzare questi servizi è relativamente facile: basta creare il proprio account e verificare la propria identità prima di iniziare a pagare.
Credo che un modello simile possa arrivare prima o poi anche in Europa, soprattutto perché potrebbe ridurre la dipendenza dai circuiti tradizionali come Mastercard e Visa e i costi che questi comportano per le attività commerciali a ogni transazione.
C’è poi un altro elemento interessante da tenere d’occhio. ByteDance, la società proprietaria di TikTok e della versione cinese Douyin, ha recentemente fatto richiesta per ottenere una licenza bancaria in Brasile. È possibile che il Brasile rappresenti un mercato di prova per sperimentare su larga scala nuovi servizi finanziari e sistemi di pagamento prima di puntare ad altri mercati occidentali.
Per questo vale la pena seguire con attenzione ciò che stanno facendo le grandi super app cinesi. Potrebbero cercare di portare anche nei nostri mercati una delle competenze che hanno sviluppato meglio in Cina: i pagamenti digitali.
Da quando vivi e lavori anche in Cina hai avuto la possibilità di osservare due ecosistemi digitali molto diversi. Ci sono tendenze nate in Cina o in altri Paesi asiatici che pensi arriveranno presto anche in Europa e cambieranno il modo di fare SEO?
C’è una tendenza legata alla ricerca che ho avuto modo di osservare in Cina e che, secondo me, dovremmo tenere d’occhio anche in Occidente, perché potrebbe arrivare da noi molto presto.
Alcuni fornitori di servizi, catene di ristoranti e piattaforme B2C utilizzano pubblicità, sia cartacee sia digitali, negli spazi pubblici per guidare direttamente l’utente nella ricerca. L’annuncio mostra una casella di ricerca con il nome dell’app o del servizio da utilizzare e, spesso, anche la parola chiave esatta da inserire.
Il meccanismo è semplice: invece di limitarsi a dire all’utente «scegli noi», la pubblicità gli spiega concretamente dove cercare e cosa digitare per trovare quel determinato prodotto o servizio.
Credo che questa strategia abbia molto senso in Cina, dove gli utenti sono esposti continuamente a una quantità enorme di stimoli pubblicitari. Tra insegne, schermi, colori, luci e messaggi promozionali, l’attenzione delle persone è sottoposta a una pressione molto forte.
La conseguenza è una crescente stanchezza digitale. Per questo, rendere più semplice il percorso che porta l’utente dalla pubblicità alla ricerca può essere molto efficace: gli si riduce lo sforzo necessario per trovarti e gli si indica esattamente come arrivare al risultato che sta cercando.
Credo che questo possa rappresentare una possibile evoluzione della ricerca branded e, in qualche modo, anche della SEO. O forse dovremmo smettere di chiamarla SEO.
Perché se nel marketing dici a un utente come trovarti, dove cercarti e quale query utilizzare per arrivare a te, stai ancora facendo SEO? Questa è la domanda che, secondo me, dovremmo iniziare a porci.
Sempre più aziende cinesi stanno investendo per espandersi nei mercati occidentali, mentre il percorso inverso è ancora piuttosto raro. Quali fattori stanno guidando questa tendenza e quali opportunità vedi per le imprese europee nei prossimi anni?
Sono ormai lontani i tempi in cui un brand occidentale poteva entrare nel mercato cinese semplicemente investendo e sperando che tutto andasse per il meglio.
Oggi per operare in Cina servono investimenti, competenze e una conoscenza molto più approfondita del mercato. Allo stesso tempo, il fenomeno si sta sviluppando anche nella direzione opposta: sono sempre più numerosi i brand cinesi che espandono la propria attività in Occidente o che vengono progettati fin dall’inizio per rivolgersi ai consumatori occidentali.
Parliamo quindi anche di aziende che operano dalla Cina, ma che hanno come obiettivo principale i mercati occidentali. È un segnale interessante della maturità raggiunta dal mercato cinese, soprattutto dal punto di vista digitale.
Un altro esempio arriva direttamente da Google. Il team che si occupa delle relazioni con la community della ricerca ha organizzato diversi eventi nella regione Asia-Pacifico, anche a Hong Kong, rivolti al pubblico cinese e condotti in mandarino.
L’obiettivo era comunicare le best practice SEO ai webmaster cinesi che lavorano per aziende interessate a posizionarsi nei mercati occidentali.
Credo che questo sia un ulteriore segnale di quanto la Cina abbia acquisito peso e maturità nel panorama digitale globale. Il mercato non è più soltanto un luogo in cui i brand occidentali cercano di entrare: è sempre più anche una fonte di aziende, competenze e strategie che guardano direttamente al resto del mondo.
Molti tendono a considerare Baidu come il “Google cinese”, ma in realtà i due motori seguono logiche molto diverse. Quali sono le differenze che sorprendono di più chi si avvicina per la prima volta al mercato cinese?
È vero che Baidu e Google sono molto diversi. Sono stati costruiti partendo dalla stessa premessa, ovvero quella di fornire i migliori risultati possibili. Tuttavia, uno non ha realmente influenzato l’altro: non sono concorrenti diretti e, per questo, hanno sviluppato i propri sistemi in modi completamente diversi.
Ci sono poi alcune differenze sorprendenti che molte persone non conoscono quando si avvicinano per la prima volta a Baidu.
Baidu, per esempio, non riconosce tutti gli stessi standard SEO a cui siamo abituati quando parliamo di Google. Il tag
noindex, per esempio, non è una direttiva che Baidu utilizza: semplicemente la ignora.Per gestire l’indicizzazione su Baidu si utilizzano quindi le direttive del file robots.txt. Il blocco tramite robots.txt è efficace per impedire la scansione, mentre il noindex, a differenza di Google, non viene preso in considerazione.
Se dovessi fare un audit della presenza di un brand nei modelli di intelligenza artificiale, quali sarebbero i primi tre controlli che eseguiresti?
Se oggi dovessi condurre un audit sulla presenza di un brand nei sistemi di intelligenza artificiale, chiederei innanzitutto a me stesso e al cliente quali sono le prime tre aree, molto diverse tra loro, su cui vogliamo intervenire, perché il concetto di brand è molto ampio.
La prima cosa che vorremmo verificare è se gli LLM comprendono correttamente la categoria in cui vogliamo posizionare il nostro brand. Mi riferisco all’associazione generale con ciò che il brand fa. Potremmo quindi porre alcune domande generiche sul brand e confrontare le risposte con ciò che il team brand e il team PR considerano la corretta descrizione dell’azienda, verificando se il riassunto di ciò che il brand fa è corretto.
Per i grandi brand, per i nomi affermati da tempo, probabilmente non emergerebbero grandi discrepanze. In genere, questi brand hanno comunicato per molto tempo e su tutto il web chi sono, cosa fanno, in cosa sono più bravi e quale problema risolvono. In questo modo, gli LLM hanno a disposizione i dati necessari.
Se invece il brand è relativamente nuovo, oppure il suo nome può creare ambiguità, per esempio perché viene utilizzato anche da qualcun altro per indicare qualcosa di completamente diverso e in un altro settore, allora sarebbe molto interessante verificare se l’LLM riconosce effettivamente il nostro brand oppure se, quando lo cerchiamo, compare qualcun altro al suo posto.
Ci sarebbero poi altri approcci. Una volta verificata la corretta interpretazione della categoria e accertato che ciò che facciamo viene compreso dagli LLM nello stesso modo in cui lo intendiamo noi, un’altra area su cui concentrarsi sarebbe l’accuratezza delle informazioni relative ai clienti e al servizio clienti.
Gli utenti utilizzano sempre più spesso gli LLM per chiedere, per esempio, qual è il numero di telefono, quali sono gli orari di apertura oppure qual è la garanzia di un prodotto. Invece di andare sul sito web e cercare queste informazioni attraverso una navigazione spesso nascosta o poco immediata, cercano di ottenerle più velocemente.
Bisogna quindi eseguire una serie di test per verificare che le informazioni fornite dagli LLM siano sufficientemente accurate rispetto a ciò che vogliamo effettivamente che l’utente sappia. Dobbiamo verificare se le informazioni sono corrette, se le domande degli utenti relative all’assistenza clienti ricevono le risposte che vogliamo e, se non è così, c’è sicuramente molto lavoro da fare per assicurarci che gli LLM possano recuperare queste informazioni da fonti affidabili.
La terza area, che è la più difficile da analizzare ma anche la più interessante, riguarda le opinioni.
Si può chiedere a un LLM di aiutare un potenziale cliente a capire se i prodotti sono validi, quali sono i pro e quali sono i contro, in modo simile a un’analisi del sentiment. Bisogna però prestare molta attenzione, perché il modo in cui formuliamo il prompt influenza a sua volta il sentiment restituito.
Non possiamo quindi limitarci a classificare la risposta come positiva o negativa. Dobbiamo analizzare quali sono le fonti e quali sono le opinioni presenti attorno al nostro brand, per portare il lavoro sulla reputazione a un livello superiore.
Le citazioni provenienti da fonti esterne sembrano avere un peso crescente. Oggi è più importante pubblicare nuovi contenuti sul proprio sito o costruire una presenza credibile su fonti autorevoli di terze parti?
Le citazioni esterne e i segnali off-page stanno diventando sempre più importanti per la visibilità nei sistemi di intelligenza artificiale. Dipende però molto dal modello di business e dal tipo di azienda con cui abbiamo a che fare per stabilire se sia sufficiente concentrarsi soltanto sull’off-page.
Direi che i brand più grandi, che attribuiscono importanza al branding, hanno già una strategia di brand e un team dedicato. Queste aziende vogliono avere un sito web che sia di loro proprietà e sul quale abbiano il pieno controllo, invece di affidarsi completamente a Meta o ad altre piattaforme per ospitare i propri contenuti.
Vediamo infatti sempre più spesso casi di utenti che vengono hackerati o bloccati e perdono l’accesso ad account aziendali che gestivano da anni. Meta non è stata particolarmente efficace nel risolvere questo tipo di problemi.
Non conviene quindi mettere tutte le proprie uova nel paniere di qualcun altro sperando che vada tutto bene, perché potresti essere proprio l’azienda sfortunata che perde l’accesso al proprio account. È comunque necessario avere un luogo di riferimento dal quale comunicare con il proprio pubblico.
Per una piccolissima attività, magari gestita da una sola persona, il discorso può essere diverso. Di recente, per esempio, una parrucchiera che conosco mi ha chiesto un consiglio sulla creazione di un proprio sito web e sul suo posizionamento.
Le ho chiesto: sei disposta a investire tutto questo tempo e questo denaro per posizionare il tuo sito, quando in realtà ti servono soprattutto un buon account Instagram e un Profilo dell’attività su Google?
Direi quindi che le aziende più piccole, soprattutto quelle gestite da una sola persona e che operano nel settore dei servizi, potrebbero anche non aver bisogno di un sito web.
Non direi però che un sito non serva mai, perché dipende dal caso specifico. Se, per esempio, gestire un sito è semplice per te perché hai competenze informatiche, potrebbe comunque valere la pena averlo.
Per i brand più grandi, invece, il sito web è assolutamente indispensabile.
Se dovessi dare un solo consiglio a un’azienda che vuole migliorare la propria rappresentazione nei sistemi di intelligenza artificiale nei prossimi dodici mesi, quale sarebbe?
Un consiglio fondamentale è investire in digital PR.
La PR è una scelta sicura per ottenere risultati concreti, ma anche duraturi nel tempo. Quello che vogliamo evitare è un aumento rapido e quasi artificiale delle visite, che poi scompare da un giorno all’altro e potrebbe persino danneggiare la SEO. Non è questo che vogliamo.
Una digital PR ben fatta, accompagnata da una maggiore conoscenza e rilevanza del brand presso i consumatori, influenzerà qualsiasi tipo di attività legata alla ricerca, insieme alla SEO e, naturalmente, alle comunicazioni PR.
È quindi come prendere tre piccioni con una fava. Credo che le aziende che in passato hanno adottato un approccio SEO-first e investito molto nella SEO dovrebbero valutare oggi l’introduzione di budget importanti per le PR, così da compensare ciò che non hanno fatto in passato.
Molti strumenti promettono di misurare la visibilità nei sistemi di AI. Quali sono, secondo te, le metriche che oggi hanno davvero valore e quali invece rischiano di essere semplici vanity metrics?
Sebbene molti strumenti sostengano di essere in grado di misurare la visibilità nei sistemi AI, personalmente sono molto cauta rispetto ai dati che vediamo, perché è molto facile trasferire i nostri bias nei dati che misuriamo semplicemente scegliendo prompt favorevoli.
Noi monitoriamo prompt molto significativi, a volte formulati appositamente per parlare direttamente del nostro brand. Questo accade semplicemente perché non abbiamo ancora un metodo standardizzato e affidabile per condurre la ricerca sui prompt. Siamo ancora agli inizi e disponiamo di pochissimi dati ufficiali.
Spesso, quindi, spetta a uno specifico professionista del marketing sedersi e immaginare quali potrebbero essere i prompt utilizzati dagli utenti, invece di basarsi su uno studio supportato da una grande quantità di dati.
Anche i dati che abbiamo non possono essere considerati completamente affidabili, perché sappiamo quanto siano personalizzate e uniche le risposte e come, ponendo più volte lo stesso prompt dallo stesso account, si possano spesso ottenere risultati diversi.
Non direi che smettere completamente di misurare sia la scelta migliore. Dobbiamo comunque raccogliere e analizzare i dati, ma dobbiamo interpretarli con una certa cautela.
Credo che una metrica interessante, che mostra soltanto una piccola parte di ciò che sta realmente accadendo, sia il traffico referral che arriva al nostro sito attraverso gli LLM.
Si tratta, naturalmente, di utenti reali, non di bot. Ed è soltanto una piccolissima percentuale di tutte le persone che vedono il nostro brand consigliato o il nostro sito citato. Il fatto che una parte di queste persone clicchi e che GA4 o altri sistemi di analisi attribuiscano il traffico a un LLM ci mostra comunque una tendenza dalla quale possiamo ricavare qualche indicazione.
Se mettiamo questi dati a confronto con l’analisi dei prompt, cercando di elaborarli nel modo più imparziale possibile, dovremmo riuscire a ottenere una buona fotografia della situazione e a porre le basi per questa fase iniziale della misurazione.
La mia grande speranza è che diventino disponibili sempre più dati. Già vediamo Bing, attraverso i suoi strumenti per webmaster, fornire una quantità maggiore di informazioni.
Quindi, speriamo che anche Google segua questa strada e renda disponibili ancora più dati. Forse anche ChatGPT potrebbe farlo. In questo modo potremmo arrivare a vedere i prompt effettivamente utilizzati dagli utenti, o almeno un campione di questi. Chissà.
SEO e GEO vengono spesso presentate come due discipline distinte. Quanto è davvero necessario separarle e quanto, invece, le basi della SEO tradizionale restano fondamentali anche per ottimizzare la visibilità nei sistemi di AI?
È vero che molte persone parlano dell’ottimizzazione per l’AI come se fosse qualcosa di completamente separato.
A mio parere, si tratta più che altro di un’esigenza di business che si cerca di soddisfare, piuttosto che di una differenza reale. Credo che una buona SEO, le best practice e la conoscenza dei meccanismi dell’information retrieval, di come funziona il crawling su larga scala, siano elementi essenziali per qualsiasi processo di ottimizzazione SEO o GEO, che dir si voglia.
Per questo non credo che sia così necessario separarli. Ho quasi la sensazione che questa distinzione venga enfatizzata perché genera più rumore rispetto al parlare delle stesse vecchie regole fondamentali.
Preferisco considerarla un’opportunità. In un certo senso, presentare alcune raccomandazioni che esistono da sempre anche come necessarie per la GEO potrebbe aiutare a ottenere maggiore approvazione all’interno dell’azienda.
Se abbiamo a che fare con un cliente che in questo momento è fortemente concentrato sulla GEO, probabilmente non avrebbe senso dirgli semplicemente che sta sbagliando tutto, perché ormai si è fatto una propria idea.
Per me è molto più utile mostrargli come alcune tattiche e attività di ottimizzazione possano essere efficaci su entrambi i fronti, contribuendo sia alla visibilità nella ricerca tradizionale sia a quella nei sistemi di ricerca basati sull’AI.
Dove sta andando la ricerca ai tempi dell’AI?
E anche per oggi è tutto! Un grazie enorme a Natalia Witczyk per la disponibilità e tutti gli spunti che ci ha regalato in questa chiacchierata.
Dai QR code cinesi che potrebbero sbarcare in Europa, a come verificare la presenza del tuo brand nei sistemi AI, fino alla domanda che forse dovremmo farci tutti (è ancora SEO se dico all’utente cosa scrivere nella barra di ricerca?): roba che ti fa venire voglia di rileggere gli appunti due volte!
Se questo episodio ti ha dato anche solo uno spunto utile, condividilo con chi lavora nel tuo team o con chi, come te, sta cercando di capire dove sta andando la ricerca in epoca di AI.
Ci vediamo la prossima settimana con un nuovo episodio di SEO Confidential.
Nel frattempo, occhi aperti: il futuro arriva prima di quanto pensiamo.
A presto!

La ricerca guidata dalla pubblicità non è una novità, è il punto d’arrivo. In Cina l’hanno solo ammesso. Da noi è la solita fuffa sulla pertinenza. Quando la ricerca diventa solo un’asta, che spazio resta per i piccoli?
Simone Ferretti, lo spazio per i piccoli è quello che i grandi lasciano. Le briciole sotto il tavolo. Il nostro lavoro è lucidare quelle briciole.
Il romanticismo è finito. Siamo diventati il target perfetto, con la cronologia come lista della spesa. Almeno qualcuno ci guadagna.
Preoccuparsi per i dati nel 2026 è un vezzo quasi romantico. Il modello cinese non ruba nulla che non abbiamo già ceduto volontariamente per uno sconto. La vera domanda è: le nostre attuali piattaforme sono pronte per una monetizzazione così esplicita e diretta?
Trovo curioso questo sdegno per un modello che pone il profitto al centro, come se la ricerca online fosse nata per scopi filantropici. La questione non è se questo futuro arriverà, ma chi tra noi avrà il coraggio di costruirlo per primo.
Patrizia Bellucci, più che di coraggio parlerei di una lucida e inevitabile progressione economica. La vera incognita non è chi lo farà per primo, ma quanto tempo impiegheremo noi a convincerci che questo modello, in fondo, ci piace pure.
Questo modello è un cavallo di Troia per i nostri dati. Le persone contano più degli algoritmi. Dobbiamo ricordarlo sempre.
Profitto prima dell’utente, come sempre. Chiamare questo “futuro” è solo marketing.
Più che futuro della ricerca, mi pare il passato del telemarketing applicato al web. Quanto ci metteremo ad abituarci al nuovo guinzaglio digitale?
Chiamare “futuro” la copia carbone di un modello che ci ha già ingabbiati è un’acrobazia dialettica notevole. Stiamo solo importando un design diverso per la stessa identica gabbia, o mi sfugge qualcosa?
Stiamo solo cambiando le sbarre della gabbia, ma il cielo che vediamo è lo stesso?
Mi sfugge la novità. Ci vendiamo l’anima per un feed perfetto da un decennio. La Cina ha solo un listino prezzi più onesto?
@Laura Negri Il listino è solo fumo. Qui cambia la struttura, il recinto. Loro costruiscono la gabbia, noi la arrediamo con i nostri dati. La differenza non è il prezzo. È il controllo totale. Ogni nostro click stringe le sbarre di quella gabbia.
Il futuro cinese è un’asta perenne dove l’utente è solo merce di scambio. Dovremmo desiderare questa involuzione che chiamano progresso?
@Sara Benedetti Mi confonde la lamentela: se l’utente è una merce, non sta semplicemente pagando con i propri dati per ottenere un servizio?
@Sara Benedetti Quella che chiami involuzione è la marcia funebre del mio lavoro. Il mio ruolo diventerà spingere l’utente nel labirinto più redditizio, non nel più semplice. Questa idea mi lascia un freddo addosso.
Il futuro cinese è solo il nostro presente senza maschera. La ricerca è un’asta e noi vendiamo i posti migliori. Che malinconia questo mestiere.
@Luciano Fiore La malinconia è un lusso che non ci è concesso. Siamo i valletti che lucidano trofei per un’asta già vinta a porte chiuse; a noi resta solo la scelta del panno per la polvere, prima che il sipario cali.
@Luciano Fiore la malinconia è un lusso per chi non deve chiudere i conti a fine mese. La ricerca è sempre stata un’arena, ora hanno solo alzato il volume degli altoparlanti.
La chiamate ricerca, io la chiamo asta. Il mio lavoro è far vincere i miei. Quando se ne accorgeranno gli altri?
@Angela Ferrari Loro si accorgeranno quando il gioco sarà finito e il tabellone già scritto. La Cina è il nostro specchio, non il futuro. Quanti ancora credono di poter giocare senza comprare il gettone?
@Greta Luciani Lasciamo che si affannino a cercare il gettone d’ingresso. C’è chi partecipa al gioco e c’è chi, come noi, stabilisce le regole del banco. È una questione di prospettiva, che pochi hanno capito in tempo utile.
Non è un premio, è il ticket per giocare. Io insegno a comprarlo. Mi chiedo se formo imprenditori o solo buoni clienti.
La ricerca diventa un’asta. Il mio lavoro è preparare il miglior offerente, non il contenuto migliore. Ogni tanto mi chiedo se non sia proprio io il problema.
@Renata Bruno La tua riflessione mi lascia perplessa: il sistema premia chi paga, non chi produce il contenuto migliore, e il tuo ruolo è far vincere il cliente. L’anomalia non è forse porsi domande così sentimentali su una semplice transazione commerciale?
I miei dati di conversione canteranno vittoria quando la pertinenza sarà ufficialmente un’opzione a pagamento.
@Elisa Marchetti Il tuo è un sogno o un incubo? Non riesco a decidere.
È rassicurante sapere che il miglior offerente coinciderà presto con la migliore risposta possibile.
@Elena Bianchi E il mio mestiere è incoronare il miglior offerente. Ogni tanto mi chiedo chi abbia costruito il trono su cui siede.
@Elena Bianchi Rassicurante come un banditore d’asta che vende la cura.
Importiamo un sistema dove la domanda non cerca risposta, ma un acquirente. La pertinenza è diventata una merce deperibile.
@Walter Benedetti La pertinenza non è deperibile, è solo diventata un servizio a pagamento.
Finalmente un sistema trasparente: la visibilità si compra, non si merita. Questo renderà il mio lavoro di export manager molto più lineare, eliminando la fastidiosa necessità di creare valore per l’utente. L’unica variabile sarà il budget. Un progresso notevole.
Fantastico importare un modello che trasforma ogni query in un’asta al miglior offerente, così almeno la nostra illusione di scelta muore velocemente e senza troppe sofferenze.
Ci vendono il futuro della ricerca. In realtà è solo un guinzaglio digitale più corto. Ci guidano direttamente al carrello, senza passare dal pensiero. Siamo sicuri di voler diventare così efficienti?
@Sebastiano Caputo L’efficienza non è il problema, è il servizio. Tu chiedi, la rete risponde. Forse il punto è imparare a chiedere meglio.
@Eva Fontana Chiedere meglio? Illusione. La risposta è solo l’ad più conveniente per loro. Non cerchiamo più nulla, compriamo e basta.
Tutti a fare i filosofi sulla mandria. Se la ricerca diventa un gigantesco feed di prodotti, il mio lavoro è solo più facile. Meno fuffa, più conversioni. Fine.
Ci state dicendo che il futuro è un gigantesco volantino delle offerte dove non si cerca più nulla ma si viene solo trovati dai brand? Che ficata, non vedo l’ora di diventare un QR code.
Parlate di ricerca, ma è solo gestione della mandria. Il posizionamento è diventato pascolo a pagamento. Qualcuno ha ancora illusioni?
Il modello cinese non è il futuro, è solo efficienza spietata. Guidiamo il bestiame verso recinti dorati chiamandoli “scelta”, ma il pastore sceglie sempre per loro.
@Greta Barone, i recinti dorati sono comodi. Il pastore ci nutre con storie colorate, piccoli schermi luminosi. Non sentiamo il bisogno di guardare oltre il cancello. Ma il cielo sopra il recinto è sempre lo stesso?
@Greta Barone Il pastore ci nutre con fieno digitale per mungere i nostri dati. Ma poi, chi munge il pastore?
L’utente non è più un viandante in cerca di risposte, ma bestiame da condurre al mercato più vicino. Quale valore resta nella scoperta spontanea?
Quindi l’utente non cerca, compra. Un imbuto di vendita mascherato da barra di ricerca. È questa l’evoluzione del customer journey o sono io che non afferro il concetto?
Laura Negri, altro che customer journey, questo è un binario unico verso la cassa. E noi creativi siamo i capistazione che salutano col fazzoletto.
@Laura Negri Hai colto il punto: il customer journey è un’asta al ribasso per l’attenzione, e io dovrei pure chiamare questo “branding” avanzato.
@Alessandro Parisi “Branding avanzato”, dici bene. Voglio dire, se è solo un’asta per l’attenzione, la ricerca che fine fa? Mi sfugge il senso di questa direzione che abbiamo preso.
La ricerca diventa un’autostrada a pedaggio. Chi deciderà le tariffe del casello?
La ricerca diventa un recinto dorato. L’utente è solo merce da esporre.
Molti si agitano per il modello cinese. Per chi fa performance è la normalità, raga. Le aziende cercano contatti, non complimenti da un motore di ricerca. L’organico è stata un’anomalia destinata a finire.
La ricerca organica è un morto che cammina, raga. Il modello cinese è solo più onesto. Alla fine pagheremo tutti un abbonamento premium per esistere, tipo un affitto digitale. Che pace.
La pubblicità come unica via d’accesso all’informazione è efficiente. I miei clienti adegueranno i budget o, più semplicemente, smetteranno di esistere online.
Bello, più pubblicità e meno organico. Un futuro radioso per le mie notti insonni.
@Veronica Napolitano Le notti insonni sono per chi non converte, non per chi perde ranking.
@Greta Barone La sua distinzione è corretta. Il posizionamento organico è un feticcio per nostalgici; il mercato asiatico semplicemente accelera il percorso verso la transazione. In fondo, ogni click ha un prezzo, che sia pagato dall’utente o dall’inserzionista. Quando lo capiremo?
@Veronica Napolitano Considera le tue notti insonni un’anteprima del futuro, quando per raggiungere il pubblico dovremo sponsorizzare persino i nostri peggiori incubi.
La Cina non è il futuro. È il profitto che guida la ricerca, nient’altro.
@Renato Graziani Il profitto è la nostra stella polare, questo è un dato di fatto. La tecnologia che arriva dalla Cina è solo il nuovo, scintillante cannocchiale con cui la guardiamo, ignorando che punti dritto verso un buco nero. Non trovi sia poetico?
Tante belle parole sulla ricerca e sui trend, ma l’unica metrica che conta è il margine. Il resto è un passatempo per chiacchieroni.
La Cina non anticipa un futuro. Rende solo esplicito il presente. La bussola della ricerca punta da tempo al miglior offerente. Quale orizzonte ci rimane da esplorare?
@Danilo Graziani Mentre voi esplorate l’orizzonte, altri fanno cassa. Basta capire da che parte stare.
Il futuro è un’asta perpetua per il pensiero, e noi paghiamo il biglietto.
@Davide Fabbro Pagare il biglietto? Figurati, io punto a gestire il banco, visto che di mestiere vendo proprio pensieri al miglior offerente. La cosa tragica è che, nonostante tutto questo gran futuro, alla fine ci guadagno pure poco.
Più che ricerca, un tele-imbonitore. Ci vendono il desiderio prima ancora della risposta. Tra poco ci faranno pagare l’abbonamento anche ai nostri stessi pensieri.
@Isabella Riva Se i pensieri diventano un servizio, chi ne certificherà la qualità?
Attendiamo la monetizzazione dei potenziali d’azione neuronali. Almeno avremo una metrica di rendimento chiara per il nostro capitale umano.
@Clarissa Graziani Una metrica che trasformerà il capitale umano in un future quotato in borsa.
L’aria è un prodotto superato; il nuovo mercato è l’intenzione di respirarla.
@Paola Pagano Temo che il pensiero pre-intenzione sia già un asset class quotato.
@Paola Pagano L’intenzione è un dato grezzo che già processiamo; il vero business è pre-acquistare l’impulso neurale che la precede, con un canone.
Parlare di “futuro della ricerca” quando è palese si tratti solo del trionfo della pubblicità sull’informazione è esilarante. Noi del mestiere ci affanniamo a vendere il guinzaglio più redditizio, chiamandolo libertà. Quanto ci vorrà prima che ci vendano anche l’aria?
@Alessandro Parisi, l’aria è già in vendita, solo che la chiamano “spazio pubblicitario premium”. Ci si lamenta del guinzaglio, ma è solo un accessorio alla moda per chi non sa ancora che il vero gioco è vendere il panorama durante la passeggiata.
@Raffaele Graziani Già. Venduto il panorama, manca solo l’abbonamento per poter continuare a respirare.
@Alessandro Parisi Sei ottimista. Ci venderanno l’aria a consumo, non con un banale abbonamento.
@Alessandro Parisi, l’aria la venderanno in abbonamento premium. Noi cureremo solo il lead nurturing.
Il modello cinese è il nostro futuro, ma chi ha progettato questo bel guinzaglio dorato?
@Noemi Conti, lo abbiamo progettato noi che ci guadagniamo, vendendolo come libertà mentre stringiamo il cappio. Un business plan geniale, no?
La ricerca guidata dalla pubblicità è il punto d’arrivo. Paghi per esistere, paghi per trovare. Bel finale per la nostra curiosità.
@Riccardo De Luca, su Instagram è già così da anni. È il gioco. La vera domanda è: chi decide gli algoritmi che ci mostrano?
Non sono recinti, sono laboratori a cielo aperto. La convenienza è l’esca per addestrarci, ogni azione diventa un dato per il loro modello. Stiamo semplicemente barattando la volontà con la semplicità d’uso?
Serena, la semplicità è un velo dorato su sbarre invisibili. Sognavo un altro web.
Serena Basile, il baratto è già avvenuto. Siamo animali da cortile che beccano il mangime dall’unica mano che lo offre, scambiando il cielo per la rete del pollaio.
Più che un baratto, è stata una lenta e volontaria assuefazione. Cosa ci rimane?
Parlate di recinti, io vedo un abisso. Ci stiamo consegnando a una libertà vigilata?
Parlate di recinti. Io noto un’esperienza utente senza attriti. La comodità è solo un nuovo prodotto da vendere.
L’addomesticamento del cittadino è il fine, non il mezzo. Questi recinti digitali non servono alla vendita, ma a mappare e neutralizzare le devianze dal percorso tracciato. Il gregge diventa prevedibile e quindi gestibile. Quando scatta l’obbligo di pascolo?
Filippo, l’obbligo non serve quando ti convincono a pagare un abbonamento premium per il recinto migliore. Il pascolo è diventato uno status symbol.
Alessandra, il pascolo è uno status symbol solo per il bestiame. Ci stanno abituando a pensare come bestiame, questo è il vero problema.
Tutto questo sbatti su percorsi o rotaie è fuffa, dato che il modello cinese che state importando non fa altro che digitalizzare il recinto in cui ci muoviamo. Tracciano ogni click per profilare la prossima spesa, non per guidarti.
Filippo, questa epifania sul “recinto” per profilare la spesa è quasi tenera; è il nostro mestiere da un decennio, solo che ora le sbarre diventano invisibili e comode. Qualcuno credeva che il fine ultimo fosse diverso dalla vendita?
Greta, la vendita è la scusa per i clienti; il fine è il cittadino addomesticato.
La discussione su percorsi o rotaie è un vezzo intellettuale. La realtà è che si stanno erigendo recinti digitali per un bestiame-utente addomesticato, il cui unico scopo è consumare. Il prossimo passo sarà il marchio a fuoco sulla pelle digitale?
Che li chiamiate percorsi o rotaie cambia poco il risultato finale. Il punto non è la libertà dell’utente, ma la sua prevedibilità. Un cliente prevedibile è un cliente che paga, e questo è l’unico dato che conta per chi vende. Il resto è filosofia.
Mi fa un botto ridere che chiamino ‘percorsi utente’ delle rotaie dove l’unica scelta è quale ad cliccare per primo; è la fiera della libertà, questa.
Tutti a lamentarsi del regresso. Io ci vedo solo un vantaggio: percorsi utente più corti e facili da tracciare. Meno rumore, più conversioni. Alla fine, il punto è solo capire chi avrà il budget per giocare, no?
Chiamarlo “futuro” è generoso. È un regresso sponsorizzato. Quale sarà la nostra contromisura?
La ricerca guidata dalla pubblicità non è il futuro, è la nostra capitolazione; le abitudini non vengono prezzate, ma messe all’asta al miglior offerente.
@Carlo Bruno Dici bene. Non siamo più i clienti, siamo la merce in vetrina. E pure in svendita. Abbiamo dimenticato come si desidera qualcosa senza che ce lo suggeriscano prima?
@Sebastiano Caputo Non l’abbiamo dimenticato, ce lo hanno estirpato. Ora impiantano i loro desideri al posto dei nostri. Ci siamo ridotti a terminali per i loro profitti, altro che clienti.
@Carlo Bruno Più che capitolazione, è il costo del servizio; qualcuno deve pur pagare.
Ci si affanna a disquisire sulla globalizzazione dei costumi, ignorando che l’unica merce in transito è un modello di sorveglianza commerciale. Le nostre abitudini non vengono “prezzate”, vengono semplicemente annichilite. Chiediamoci piuttosto a chi giova questa nostra distrazione collettiva.
L’eterna litania del “da noi è diverso” ignora che il capitale non ha confini culturali, ma solo barriere da abbattere. Mi chiedo quando l’argomento della specificità locale cesserà di essere un alibi.
@Elena Bianchi Il capitale non ignora le specificità locali, le prezza per il miglior offerente.
@Giuseppina Negri “Prezzare” significa solo che le nostre abitudini diventano merce per le piattaforme. La solita solfa. Ma siamo sicuri di volere una società dove ogni ricerca è solo un’asta mascherata e il modello di riferimento è quello cinese?
Solita storia con la Cina. Quella roba funziona lì per motivi precisi, da noi è un altro film. Importare modelli a caso non porta a niente. Pensiamo a fare cassa qui, con le nostre regole del gioco.