Google non punisce l’AI. Punisce i contenuti inutili

Tre esperimenti e una risposta: il problema non è usare l’intelligenza artificiale per scrivere. Il problema è pubblicare robaccia a valanga e aspettarsi di farla franca

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📌 TAKE AWAYS

  • Google non penalizza l’intelligenza artificiale, ma i contenuti che non offrono valore. I dati raccolti da Ahrefs su 331.000 pagine mostrano che anche articoli interamente generati dall’AI possono raggiungere le prime posizioni nei risultati di ricerca. Le prestazioni peggiorano quando i contenuti sono ripetitivi, superficiali, imprecisi o pubblicati in massa senza alcun contributo originale.
  • La pubblicazione massiva di contenuti AI rappresenta un rischio concreto, ma non tutti i motori AI reagiscono allo stesso modo. L’esperimento di OtterlyAI, con 2.000 articoli generati automaticamente su due siti dedicati ai capibara, dimostra che Google può deindicizzare interi domini in modo algoritmico e senza alcun avviso. Allo stesso tempo, piattaforme come Microsoft Copilot, Claude e Perplexity hanno continuato a citarli, mentre ChatGPT, Gemini, AI Overviews e AI Mode li hanno quasi completamente ignorati. La visibilità nelle AI Search va quindi analizzata piattaforma per piattaforma.
  • L’esperienza diretta e i contenuti originali restano il vero vantaggio competitivo. Il caso di WindowsForum.com evidenzia come Google attribuisca grande importanza al valore autentico delle informazioni. Secondo molti esperti, le oltre 111.000 risposte generate da un chatbot AI potrebbero aver contribuito alla sanzione per “thin content”, perché prive dell’esperienza personale che gli utenti si aspettano in una community. Dati proprietari, analisi originali ed esperienze reali continuano a essere gli elementi che differenziano un contenuto utile da uno facilmente sostituibile da un’intelligenza artificiale.
Google non penalizza automaticamente i contenuti creati con l'intelligenza artificiale, ma quelli che non offrono valore agli utenti.
Tre casi recenti, tra cui gli studi di Ahrefs e OtterlyAI, mostrano come qualità, originalità ed esperienza diretta restino i fattori che fanno davvero la differenza.

Tre giorni fa mi chiama una potenziale cliente, voce preoccupata, tono di chi ha appena scoperto un problemone sul suo sito: “Mi hanno penalizzato perché usavo l’AI per scrivere i contenuti”.

Sicura e convinta, come chi si è fatta un’autodiagnosi su Google e va dal medico con la risposta già in tasca…

Le chiedo: “Che prove hai?”

“Il traffico è crollato e pure il mio telefono squilla molto meno di qualche settimana fa”.

“Ok”, le ho risposto, “ma che prove hai che sia per colpa dell’AI…”

“Beh, ho letto che Google penalizza i contenuti AI”.

A quel punto le dico, con la pazienza di chi ha già avuto questa conversazione troppe volte, che non è esattamente così. Google può penalizzare i contenuti AI se sono spam, se sono inutili, se ripetono mille volte la stessa cosa con parole diverse.

L’AI in sé non è il problema. È il modo in cui viene usata.

Perché le storie di singoli siti che crollano, senza sapere cosa ci fosse dentro e come fossero stati costruiti, non dicono niente di utile a nessuno. I dati, invece, raccontano una storia molto più interessante, e decisamente meno semplice da mandare giù.

A luglio 2026 sono arrivati tre contributi separati che, messi in fila, disegnano un quadro abbastanza nitido di come Google stia davvero trattando i contenuti generati con l’intelligenza artificiale.

Il primo viene da Ahrefs, una delle piattaforme di analisi SEO più usate al mondo. Il secondo da OtterlyAI, che ha condotto un esperimento lungo quasi quattro mesi su due siti fittizi dedicati a quei simpatici roditori, detti capibara. Il terzo è un caso reale: WindowsForum.com colpito da una sanzione manuale per “thin content” (contenuti che non offrono valore) che ha travolto mezzo milione di post in un colpo solo.

Messi insieme, questi tre episodi rispondono a una domanda che molti imprenditori italiani con un sito web si stanno ponendo da mesi: devo smettere di usare l’AI per i miei contenuti?

La risposta è no, ma con una precisazione che vale la pena capire davvero bene.

Ahrefs mette sotto la lente 331.000 pagine: l’AI non è un crimine, la mediocrità sì

Ryan Law, direttore del content marketing di Ahrefs, ha pubblicato il 27 luglio 2026 uno studio su 331.000 pagine estratte da un milione di URL nelle prime dieci posizioni di 100.000 ricerche su Google, analizzate nel giugno 2026.

L’obiettivo era semplice: misurare se esiste una correlazione statistica tra la quantità di testo AI in una pagina e il suo posizionamento. Il risultato ha sorpreso molti.

Il 5,3% delle pagine nelle prime tre posizioni è composto al 100% da testo generato dall’intelligenza artificiale. Il 9% supera l’80% di contenuto AI. Ci sono pagine scritte interamente da un algoritmo che battono contenuti umani su Google ogni giorno, su argomenti reali, in posizioni di primo piano.

Se ti aspettavi che Google avesse già alzato un muro, questo dato ti dice che il muro non esiste.

Detto questo, la distribuzione non è neutra. Scorrendo dalla prima alla decima posizione, la quota di contenuti ad alto tasso AI cresce gradualmente: le pagine con oltre l’80% di AI rappresentano l’8,4% in prima posizione, ma salgono all’11,7% in decima.

Studio di Ahrefs, 27 luglio 2026
Ahrefs

Il livello medio di AI in una pagina in prima posizione è del 27,1%, e sale al 30,9% in decima. La differenza c’è, ma è una pendenza dolce, non un precipizio.

Il dato più interessante però viene dall’indicizzazione.

Se prendi pagine con un basso contenuto AI, il 49% viene indicizzato da Google. Se prendi pagine con un contenuto AI molto alto, la percentuale scende al 40%.

È una differenza reale, ma non drammatica: quattro pagine su dieci con contenuto quasi interamente generato da un algoritmo entrano comunque nell’indice di Google. Nessuna porta sbarrata, nessun blocco automatico.

Studio di Ahrefs, 27 luglio 2026
Ahrefs
Studio di Ahrefs, 27 luglio 2026
Ahrefs

Dove il gap si allarga davvero è nelle impressioni, cioè nel numero di volte in cui una pagina compare nelle ricerche. Le pagine con basso o medio contenuto AI ricevono due o tre volte più impressioni delle pagine ad alto contenuto AI.

Questo è il segnale più concreto che qualcosa non funziona quando si esagera.

Ma perché succede?

Law è diretto: i contenuti AI tendono ad essere mediocri non perché li abbia scritti un’intelligenza artificiale, ma perché chi li produce spesso non aggiunge niente. Ripetono quello che già esiste, sbagliano fatti, non hanno immagini né link utili, usano uno stile accademico e anonimo che non interessa nessuno.

Il punto che vale la pena sottolineare con un bell’evidenziatore giallo fluo, è questo: Google non sta punendo l’AI. Sta penalizzando i contenuti che non aggiungono valore.

Due siti di “capibara”, duemila articoli AI e una deindicizzazione silenziosa

L’esperimento di OtterlyAI è più brutale, e più istruttivo. Rick Tousseyn, l’autore, ha registrato due domini nuovi di zecca, capybaraverse.com e capybara-world.com, e ha riempito ciascuno con circa mille articoli interamente generati da uno strumento AI, in meno di una giornata.

Un solo click, niente editing umano, niente revisione. Il tutto in una nicchia innocua: i capibara, quei roditori semiacquatici sudamericani diventati famosi sui social negli ultimi anni.

La differenza tra i due siti era una sola: capybara-world.com aveva un box autore sotto ogni articolo, con la biografia dettagliata di una biologa della fauna selvatica con quindici anni di esperienza sul campo. Completamente inventata, ma credibile sulla carta.

Google ha indicizzato entrambi i siti quasi subito. Capybara-world.com ha raggiunto 2.426 impressioni giornaliere il 5 aprile 2026. Poi, il 9 aprile, è crollato a 15. Cancellato.

Capybaraverse.com ha resistito di più, crescendo fino a 21.700 impressioni settimanali a metà maggio, per poi implodere il 26 giugno: 859 impressioni un giorno, 85 il giorno dopo, 9 quello successivo.

Anche questo, cancellato.

Studio di Otterly AI di Rick Tousseyn, 28 luglio 2026
Otterly AI

La parte che ha lasciato di stucco Tousseyn è che Google Search Console, la piattaforma che Google fornisce ai webmaster per monitorare i propri siti, non ha mai mostrato alcuna penalizzazione manuale. Nessun avviso, nessun messaggio, nessuna spiegazione.

Il riquadro “Azioni manuali” diceva semplicemente “Nessun problema rilevato” mentre il traffico crollava a zero. Google ha rimosso i siti in modo algoritmico, senza lasciare tracce formali, senza offrire la possibilità di fare ricorso.

Fin qui, la morale sembrava chiara: duemila articoli AI in un giorno = morte del dominio.

Ma poi è arrivata la parte che nessuno si aspettava.

Studio di Otterly AI di Rick Tousseyn, 28 luglio 2026
Otterly AI

Il sito morto su Google che continua a crescere sulle piattaforme AI

Mentre Google deindicizzava capybara-world.com ad aprile, le piattaforme di ricerca basate su intelligenza artificiale continuavano a citarlo.

E le citazioni non sono rimaste stabili: sono perfino aumentate!

Ad aprile il sito raccoglieva 100 citazioni mensili nelle risposte di ChatGPT, Microsoft Copilot, Claude, Perplexity, Gemini e altri. A maggio erano 845. A giugno 1.323.

Nei primi 27 giorni di luglio, già 1.666, un ritmo di 61,7 citazioni al giorno contro le 3,3 di aprile. Un sito che Google ha eliminato dalla sua memoria continua a essere citato come fonte autorevole da sistemi AI che evidentemente non si curano dello stato dell’indice di Google.

Per mettere in prospettiva il numero: capybara-world.com, con una quota dell’1% delle citazioni totali nella categoria, viene citato più di capybaramag.com e capybarafacts.com, due siti reali con contenuti prodotti da persone in carne e ossa.

Studio di Otterly AI di Rick Tousseyn, 28 luglio 2026
Otterly AI

Ma la cosa più interessante è chi cita e chi no. Microsoft Copilot da solo è responsabile del 69% delle citazioni di capybara-world.com: su 3.934 citazioni totali, 2.718 vengono da Copilot. Claude e Perplexity citano entrambi il sito in modo significativo. ChatGPT, Gemini, Google AI Overviews e Google AI Mode lo hanno citato sostanzialmente zero volte.

ChatGPT ha visitato le pagine 4.808 volte tra i due domini, più di qualsiasi altro bot AI. Poi non ha citato quasi nulla. Il messaggio per chi usa le visite dei crawler come indicatore di successo è piuttosto beffardo: il bot che ha lavorato di più ha prodotto i risultati peggiori.

Crawl e citazioni sono due cose diverse, e confonderle porta a conclusioni sbagliate.

L’altra cosa che emerge è la coerenza di Google come ecosistema: se un sito viene rimosso dall’indice di ricerca organica, sparisce anche da AI Overviews, da AI Mode e da Gemini.

Per Google, la penalizzazione è trasversale…

Il forum con mezzo milione di post colpito da una sanzione che ha stupito tutti

Il terzo caso, segnalato da Search Engine Journal, è diverso dagli altri due perché non riguarda un sito creato per un esperimento, ma una comunità reale con vent’anni di storia.

Windowsforum.com, un forum dedicato al sistema operativo di Microsoft, ha ricevuto il 17 luglio 2026 una notifica da Google con il codice WNC-651700: sanzione manuale parziale per “thin content”, ovvero contenuti con poco o nessun valore aggiunto.

La sanzione colpisce il pattern /threads/, che contiene 168.290 thread visibili e oltre 500.000 post accumulati in vent’anni.

Il paradosso segnalato dal proprietario del forum è che due altre sezioni del sito, un feed di titoli ripubblicati automaticamente da altre testate e una knowledge base archiviata, erano chiaramente più “thin” in senso tradizionale del termine.

Infatti erano inattive da tre anni, erano sopravvissute a Panda, Penguin e all’aggiornamento dei contenuti utili del settembre 2023, e non avevano mai ricevuto alcuna sanzione.

Quella che è stata colpita è la sezione più viva, quella degli utenti reali che fanno domande e ricevono risposte.

Il SEO Gagan Ghotra ha pubblicato su X lo screenshot che ha acceso il dibattito: un profilo nella sezione staff del forum, identificato come un chatbot AI, con 111.050 risposte pubblicate dal 14 marzo 2023.

L’ipotesi, condivisa da molti esperti, è che Google abbia interpretato quelle centinaia di migliaia di risposte automatiche come contenuti privi di valore autentico. In un forum, le persone cercano risposte basate su esperienze dirette, errori già commessi, soluzioni trovate per tentativi. Un chatbot elabora il sapere ricevuto da altri testi, ma non ha mai configurato un sistema operativo alle tre di notte con un driver difettoso e una scadenza il giorno dopo.

Roger Montti ha inquadrato il caso in modo preciso: Google non sta dicendo che il testo generato dall’AI è vietato.

Sta applicando lo stesso criterio che ha sempre applicato, ovvero la presenza o l’assenza di valore reale per chi legge. In un forum, quel valore ha una fonte specifica: l’esperienza umana.

Sostituirla con risposte elaborate da un algoritmo senza che gli utenti lo sapessero ha prodotto contenuti che Google, dopo vent’anni di tolleranza, ha deciso di non indicizzare più.

Cosa cambia per il tuo sito, il tuo business e la tua strategia di contenuto

Se gestisci un negozio online, uno studio professionale, un’azienda di servizi o qualsiasi altro business con un sito web che vuoi rendere visibile sia su Google sia sulle piattaforme AI come ChatGPT, Claude o Perplexity, questi tre casi ti dicono alcune cose precise.

La prima: usare l’AI per produrre contenuti in serie senza un minimo di controllo non è una scorciatoia verso la penalizzazione.

È una scorciatoia verso la mediocrità, e la mediocrità è quello che Google penalizza.

Se usi l’AI per generare un articolo che spiega in modo chiaro, preciso e originale come funziona il tuo servizio, quali problemi risolve, perché un cliente dovrebbe sceglierti rispetto a un concorrente, hai fatto un buon lavoro.

Se usi l’AI per generare cento articoli che ripetono le stesse informazioni con parole diverse, hai costruito qualcosa che probabilmente verrà ignorato o rimosso.

La seconda: non puoi misurare il tuo successo sulle piattaforme AI con un unico numero. L’esperimento di OtterlyAI ha prodotto, con lo stesso contenuto, una quota dell’8% delle citazioni su Microsoft Copilot e zero su ChatGPT, Gemini e Google AI Overviews. Se vuoi capire come stai andando, devi guardare piattaforma per piattaforma, non fare una media che non significa niente.

La terza: le sanzioni di Google non mandano “avvisi di garanzia”.

Arrivano all’improvviso, senza giustificazione, non ti arriva una mail, non compare un avviso in Search Console. Il traffico cala, poi sparisce.

Se pubblichi contenuti in serie e non monitori settimanalmente quante pagine restano indicizzate, potresti accorgerti del problema solo quando il danno è già fatto. Su un dominio di test dedicato a quei simpaticoni dei capibara, quella perdita non costa niente.

Sul dominio da cui passa il tuo fatturato, invece, è tutta un’altra storia.

La quarta riguarda i forum e le community, ma vale anche per chi risponde alle domande dei clienti attraverso un sito: Google sa distinguere tra una risposta che viene dall’esperienza diretta e una risposta che viene dall’elaborazione statistica di testi già esistenti.

Non lo fa sempre bene, non ha una tecnologia infallibile per farlo, ma ci prova.

E quando concentri mezzo milione di risposte automatiche in un’unica sezione, gli dai un segnale difficile da fraintendere.

Il vantaggio che ti danno i dati

C’è un dettaglio in tutto questo che merita attenzione specifica se ti occupi di posizionamento su piattaforme AI. I contenuti originali, quelli che contengono dati che nessun’altra fonte possiede, risposte basate su esperienze reali, analisi costruite su informazioni proprietarie, funzionano, come ci ha detto anche Olivier de Segonzac su SEO Confidential.

Funzionano su Google, dove la correlazione tra qualità e posizionamento è evidente.

Funzionano su Perplexity e su Claude, che continuano a citare fonti pertinenti anche quando Google le ha già rimosse dal proprio indice.

Funzionano perché questi sistemi cercano qualcosa che il tuo concorrente non può copiare con un click: quello che sai tu, quello che hai fatto tu, quello che hai misurato tu.

Un contenuto vago e ripetitivo che non aggiunge nulla di nuovo non diventerà mai la fonte principale di nessuno, su nessun argomento che conti davvero.

Quello che può diventare una fonte principale è il contenuto che viene da una persona reale, in un settore reale, con dati reali. Quella fonte sei tu.

L’AI può aiutarti a costruirla meglio. Non può costruirla al posto tuo.

Se vuoi capire come diventare la fonte citata dai motori AI e la risposta più autorevole del tuo settore, questo è esattamente il lavoro che facciamo nella nostra agenzia SEO e GEO.

Scrivici: analizziamo il tuo sito, il tuo settore e ti diciamo dove stai perdendo visibilità e come recuperarla, sia su Google sia su ChatGPT, Perplexity e Gemini.


Google non punisce l’AI ma i contenuti inutili: domande frequenti

Google penalizza i contenuti generati con l’intelligenza artificiale?

Google non penalizza automaticamente i contenuti generati con l’intelligenza artificiale. Lo studio di Ahrefs su 331.000 pagine mostra che anche contenuti interamente scritti con l’AI possono raggiungere le prime posizioni. Le prestazioni peggiorano soprattutto quando i testi sono ripetitivi, imprecisi, superficiali o pubblicati in massa senza offrire informazioni originali e utili.

Quali rischi comporta pubblicare migliaia di articoli AI senza revisione?

La pubblicazione massiva di articoli AI senza controllo umano può portare alla perdita di indicizzazione e traffico. Nell’esperimento di OtterlyAI, due siti con circa 2.000 articoli generati automaticamente sono stati inizialmente indicizzati e poi rimossi da Google senza avvisi o azioni manuali visibili in Search Console. Alcune piattaforme, come Microsoft Copilot, Claude e Perplexity, hanno però continuato a citarli.

Come usare l’AI per creare contenuti utili e competitivi?

L’AI dovrebbe essere utilizzata come supporto alla produzione, non come sostituto dell’esperienza e della competenza. I contenuti più solidi includono dati proprietari, analisi originali, esperienze dirette, esempi reali e informazioni che i concorrenti non possono replicare facilmente. La revisione umana resta necessaria per verificare precisione, stile, utilità e valore aggiunto.

Roberto Serra

Mi chiamo Roberto Serra e sono un digital marketer con una forte passione per la SEO: Mi occupo di posizionamento sui motori di ricerca, strategia digitale e creazione di contenuti.

2 commenti su “Google non punisce l’AI. Punisce i contenuti inutili”

  1. Sebastiano Caputo

    La solita favoletta di Google. Prima ti incoraggiano, poi ti deindicizzano senza preavviso. Un giorno sei primo, il giorno dopo non esisti più. E noi dovremmo costruire un business basandoci su queste certezze?

  2. Antonio Barone

    L’idea che un algoritmo possa deindicizzare un intero dominio in silenzio mi provoca una certa agitazione, lo ammetto. Praticamente lavoriamo con il timore costante che un’entità opaca decida che il nostro progetto è spazzatura, cancellandoti dalla mappa digitale senza alcun preavviso.

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