I dati comportamentali e l’autorevolezza del brand guidano i sistemi di ranking: la visibilità nelle IA si conquista con contenuti autentici, non con liste autocelebrative o siti scritti per i bot
📌 TAKE AWAYS
Google sta penalizzando siti costruiti per compiacere algoritmi e AI. I segnali comportamentali e la fiducia nel brand guidano il ranking. La visibilità nasce da contenuti utili, credibili e pensati per le persone.
Qualche mattina fa mi sono ritrovato a fissare lo schermo del mio computer con una punta di malinconia. Davanti a me avevo il sito web di un imprenditore che, con gli occhi lucidi di speranza, mi aveva chiesto:
Come faccio a finire dentro ChatGPT?
Guardando la sua pagina, ho avuto un sussulto.
Non era un sito web.
Era un ammasso informe di elenchi puntati, testi piatti come la tundra siberiana e una totale assenza di anima. Sembrava scritto da un frigorifero per essere letto da una lavatrice.
Ecco il punto: se anche tu stai passando le tue notti a cercare di capire come compiacere un algoritmo, rischi di dimenticare che, alla fine del mese, non è un’intelligenza artificiale a staccarti un assegno. È un essere umano, con i suoi dubbi, le sue scadenze, i suoi bias e la sua maledetta capacità di annusare una bugia a chilometri di distanza.
Come consulente SEO, sono qui per dirti una cosa che potrebbe darti fastidio: ottimizzare solo ed esclusivamente per le macchine è il modo più rapido per diventare invisibile.
Quello che sta succedendo nel 2026, con i recenti scossoni di Google, è una lezione brutale che va compresa fino in fondo se il tuo obiettivo, come credo, è mettere il tuo business al riparo e renderlo solido nella nuova era della ricerca.
L’illusione della versione “solo per macchine”
C’è un’idea che sta circolando ultimamente, una di quelle mode che sembrano pragmatiche e che invece sono solo scorciatoie verso il baratro.
Qualcuno ti dirà che il tuo sito è troppo “pesante” per le intelligenze artificiali. Ti suggerirà di creare una versione parallela, una sorta di “ombra” fatta di testo semplice, senza design, senza fronzoli, solo puro Markdown per facilitare il compito ai Large Language Models (LLM) come ChatGPT o Claude.
Jono Alderson, uno dei nomi più autorevoli nel panorama tecnologico della SEO, (l’abbiamo intervistato qui, se ricordi) ha definito questa tendenza per quello che è: un errore di prospettiva.
Eh sì, perché una pagina web non è un semplice contenitore di parole.
È una creazione editoriale. Se togli la struttura, la gerarchia visiva, i grassetti che enfatizzano un concetto e la disposizione degli elementi, stai togliendo il contesto. E il contesto è ciò che dà significato alle informazioni.
Immagina di entrare in un negozio di alta moda e di trovare solo scatole di cartone marroni con su scritto “Camicia Bianca”.
Certo, l’informazione è corretta, ma compreresti?
La gerarchia di una pagina, ovvero cosa metti in alto, cosa metti di lato in una nota, cosa evidenzi con un titolo grande, non è un decoro estetico per noi umani così frivoli e vanitosi.
Sono segnali che dicono al lettore (e alla macchina) cosa conta davvero.
Creare una versione “pulita” per l’IA significa, ironicamente, privare l’IA degli indizi più importanti per capire la tua autorevolezza.
C’è poi un problema di fiducia.
Se pubblichi due versioni della realtà, una per gli occhi umani e una per i sensori artificiali, crei un conflitto, rischiando di creare una sorta di marchio parallelo che crea solo confusione tra i tuoi potenziali clienti e i crawler.
Prima o poi, sarai tentato di “aggiustare” la versione per macchine. Renderai i messaggi commerciali un po’ più aggressivi, toglierai quei fastidiosi dubbi o avvertenze che rendono il tuo servizio onesto ma meno “appetibile” per un algoritmo.
Il risultato?
Un sistema di ricerca si troverà davanti a due verità e dovrà scegliere.
Storicamente, le scorciatoie che richiedono ai motori di ricerca di gestire “realtà alternative” falliscono sempre per un motivo economico: è troppo costoso per loro verificare quale sia quella vera.
La soluzione non è nascondere il tuo sito dietro un velo di codice semplificato, ma rendere il tuo sito reale talmente chiaro, semanticamente corretto e ben strutturato da essere irresistibile per chiunque lo legga, crawler, bot IA e clienti in carne e ossa.
La caduta dei “furbetti” della classifica
Se hai un blog aziendale, probabilmente hai ceduto anche tu alla tentazione del “listicle” auto-promozionale. Sai di cosa parlo: quegli articoli intitolati “I 10 migliori software di contabilità del 2026” dove, guarda caso, la tua azienda occupa fieramente il primo posto (ne abbiamo parlato con Steven Wilson-Beales su SEO Confidential).
Per anni, questa è stata considerata una tattica “zona grigia”: non proprio spam, ci mancherebbe, ma nemmeno giornalismo d’inchiesta…
Tuttavia, i dati raccolti da Lily Ray all’inizio di febbraio 2026 ci dicono che il vento è cambiato.
Mi spiace dirtelo, ma Google ha iniziato a colpire duramente i brand che usano questa strategia per manipolare le AI Overviews e i risultati organici.
Tra il 21 gennaio e il 2 febbraio 2026, alcuni colossi del settore B2B, con valutazioni che sfiorano gli 8 miliardi di dollari, hanno visto la loro visibilità crollare del 49%. Un tracollo verticale che ha bruciato anni di lavoro in pochi giorni.


Perché sta succedendo?
Perché queste liste spesso mancano di tre elementi che Google ora esige: prove, trasparenza e metodologia.
Lily Ray (abbiamo avuto il piacere di dialogare anche con lei su SEO Confidential) ha analizzato migliaia di questi articoli scoprendo che quasi nessuno mostrava prove reali di aver testato i prodotti della concorrenza citati.
Dire “siamo i migliori” senza spiegare come hai misurato questa superiorità è diventato un segnale di bassa qualità.
In pratica, le aziende hanno iniziato a scalare la produzione di contenuti privi di anima, creati in serie con l’IA senza un minimo di editing, usando template ripetitivi e aggiornando solo l’anno nel titolo per sembrare “freschi”.
Un’azienda SaaS ha visto crollare la propria visibilità del 43% dopo aver pubblicato 228 articoli di questo tipo. Un’altra, con 340 liste auto-promozionali, ha perso il 34% del traffico nonostante una crescita costante per tutto il 2025.
La lezione è chiara: la furbizia funziona finché non diventa la norma.
Quando tutti usano lo stesso trucco, il mago (in questo caso Google) cambia le regole del gioco.


Quello che Google sa (e che tu non puoi fingere)
Ti sei mai chiesto come faccia un algoritmo a capire se il tuo sito è davvero utile?
Non è solo questione di parole chiave.
Marie Haynes, esperta di sistemi di ranking, ci ricorda che Google utilizza una quantità mostruosa di dati comportamentali reali attraverso sistemi dai nomi quasi mitologici: Glue e Navboost.
Durante il processo contro Google negli Stati Uniti, è emerso chiaramente che il gigante di Mountain View protegge i suoi dati sugli utenti come se fossero i codici di lancio nucleari. Questi sistemi osservano cosa fanno le persone: su cosa cliccano, quanto tempo restano su una pagina, se tornano indietro per cercare qualcos’altro.
L’intelligenza artificiale di Google, come RankEmbed, non si limita a leggere il testo; cerca di prevedere se quella pagina soddisferà l’utente.
Questa è la vera barriera all’ingresso per il tuo business. Se cerchi di ottimizzare per il “vector search” (un modo tecnico per dire che cerchi di far sembrare il tuo testo matematicamente simile a quello che piace alle macchine), ma poi l’utente atterra sulla tua pagina e scappa via perché non trova nulla di originale, hai perso. Hai addestrato il sistema di Google a ignorarti.
Il fattore umano non è un concetto romantico, è un dato statistico.
La soddisfazione dell’utente è diventata il segnale di ranking definitivo.
Le macchine oggi vengono addestrate per capire cosa piace alle persone. Quindi, se vuoi piacere alle macchine, devi prima piacere alle persone.
Sembra un paradosso, ma è la strategia più solida che tu possa adottare. Invece di ossessionarti con la “cosine similarity“, dovresti chiederti:
La mia pagina risponde davvero alla domanda di chi ha fretta? Ha immagini originali? Tabelle chiare? Un tono di voce che non sembra quello di un manuale d’istruzioni tradotto male?
La trappola delle metriche di vanità
Qui è dove dobbiamo parlare di soldi e di ego. Wil Reynolds, fondatore di Seer Interactive, ha lanciato un monito che dovresti stamparti e appendere in ufficio: la “AI Visibility” è una metrica di vanità, esattamente come lo erano i vecchi ranking SEO.
Vedere il nome della tua azienda in una risposta di ChatGPT o in una AI Overview di Google può darti una scarica di dopamina, ma non garantisce che il tuo fatturato cresca.

E sai per quale motivo?
Perché le risposte delle IA sono instabili per definizione.
Cambiano in base a chi fa la domanda, a dove si trova e persino a come ha formulato il “prompt”.
Un giorno ci sei, il giorno dopo sei svanito nel nulla digitale.
Inoltre, sta cambiando il modo in cui le persone interagiscono con i link. Molti utenti ottengono la risposta che cercano direttamente nell’interfaccia dell’IA e non visitano mai il tuo sito. Altri vedono il tuo nome, si fidano, e invece di cliccare su un link tracciabile, aprono una nuova scheda e cercano direttamente il tuo brand su Google o lo digitano nella barra degli indirizzi.
Questo traffico “diretto” o “brandizzato” è il vero segno che stai vincendo.
Se la tua strategia si basa solo sull’essere “visto” dagli algoritmi, stai giocando d’azzardo con un mazzo di carte truccato. La vera vittoria è essere “creduto”.
Quando le persone iniziano a inserire il nome del tuo brand nei loro prompt, ad esempio chiedendo “Quali sono le recensioni e i pareri sul [Tuo Brand]?”, significa che hai costruito una reputazione che va oltre il codice.
Come sottolinea Reynolds, il 44% dei prompt degli utenti include già nomi di brand specifici. Non puoi ottimizzare la tua visibilità IA per finire in quella statistica; devi fare del buon marketing nel mondo reale.
La visibilità nei motori di risposta e nelle IA passa dalla credibilità
Quindi, cosa dovresti fare domani mattina? Innanzitutto, smetti di trattare il tuo sito come un esperimento di laboratorio per programmatori. La soluzione non è in un nuovo plugin magico, ma in una vecchia, noiosa e bellissima parola: qualità.
Usa l’HTML semantico per dare struttura ai tuoi contenuti, rendi la tua gerarchia editoriale evidente. Non scrivere l’ennesima lista “best of” in cui ti dai la medaglia d’oro da solo.
Se vuoi fare una recensione, falla sul serio. Mostra prove, scatta foto originali, spiega perché la tua soluzione è migliore per un certo tipo di cliente e peggiore per un altro. La trasparenza crea fiducia, e la fiducia è l’unica moneta che non teme svalutazione.
Dovresti iniziare a guardare metriche diverse, come ci ha detto Nick Eubanks di SemRush. Invece di monitorare solo il posizionamento di una parola chiave, osserva la crescita delle ricerche del tuo brand.
Chiediti se le persone che arrivano dal traffico IA stanno effettivamente navigando verso le tue pagine di servizio o se stanno solo leggendo un consiglio rapido per poi andarsene. Il “segreto” sta nel saper consultare i propri dati, non nel subirli.
Quando ti chiederai (e fidati, ti capiterà):
Perché non sono visibile in questa risposta di ChatGPT?
Ricorda che la visibilità IA è un asset che si svaluta rapidamente a causa dei cut-off dei dati di addestramento (quello che Gemini ha imparato nel 2025 non lo aiuta a vedere il tuo blog post di ieri nel 2026).
Tieni sempre a mente che il vero valore è costruire un brand così forte che l’utente, dopo aver parlato con l’IA, sentirà il bisogno di venire a cercarti direttamente.
Il ritorno dell’umanità come vantaggio competitivo
C’è qualcosa di ironico, non trovi?
Per avere successo in questo mondo dominato dalle macchine, la chiave è diventata essere più umani.
Non stiamo tornando indietro, stiamo semplicemente filtrando il rumore. Gli anni in cui bastava riempire una pagina di parole chiave per “fregare” il sistema sono finiti. La mediocrità scalata con l’IA è il nuovo spam, e Google ha dimostrato di avere gli strumenti per riconoscerla e punirla.
Un’agenzia SEO lavora sull’autorevolezza del brand, costruendo fiducia e garantendo coerenza e riconoscibilità nel tempo. È questo insieme di segnali a fare la differenza oggi: non ciò che funziona per qualche settimana, ma ciò che continua a reggere quando gli algoritmi cambiano.
Non costruire ombre.
Non creare versioni “solo testo” per LLM.
Non riempire il tuo blog di liste autoreferenziali che nessuno crederebbe mai se le leggesse su un giornale.
Il tuo sito deve essere la migliore versione di se stesso: chiaro, autorevole, strutturato e onesto.
Il futuro della SEO non appartiene a chi parla (o sussurra) ai robot, ma a chi usa i robot per amplificare un messaggio che vale la pena ascoltare.
Concentrati sul creare un valore che le persone vorranno condividere, salvare e cercare.
Se gli esseri umani ti ameranno, le macchine non avranno altra scelta che seguirti.
Perché, alla fine della giornata, anche l’intelligenza artificiale più avanzata è solo uno specchio di ciò che noi, come persone, consideriamo utile. Assicurati che, quando quello specchio rifletterà il tuo brand, l’immagine sia degna di fiducia.
Affidati alla nostra agenzia SEO e vedremo insieme come conquistare la visibilità che meriti.
Chi scrive solo per i bot (dimenticando le persone) ha già perso: domande frequenti
Perché scrivere solo per le macchine sta diventando un problema per la SEO?
Perché Google e i sistemi di AI valutano sempre di più il comportamento reale degli utenti. Contenuti pensati solo per algoritmi, privi di valore editoriale e umano, generano segnali negativi come abbandoni rapidi e scarsa fiducia, portando il sito a perdere visibilità.
I listicle auto-promozionali funzionano ancora nella SEO e nelle AI?
Sempre meno. I dati mostrano che Google sta colpendo i siti che abusano di liste autocelebrative prive di prove, metodologia e trasparenza. Questi contenuti, spesso creati in serie con l’IA, sono considerati segnali di bassa qualità e sempre più rischiosi nel lungo periodo.
Come si conquista oggi la visibilità nelle AI e nei motori di ricerca?
La visibilità si conquista costruendo autorevolezza, fiducia e riconoscibilità del brand. Contenuti autentici, utili e pensati per le persone generano segnali positivi che le AI e Google non possono ignorare. La visibilità nelle risposte AI è una conseguenza della credibilità, non una scorciatoia tecnica.

Parlano di anima, ma l’algoritmo resta un contabile spietato. Conta i click, non le emozioni. I contenuti “autentici” sono solo un altro pattern da replicare per chi ha capito il gioco. Il cimitero dei blog è pieno di sognatori.