Google chiede di controllare e verificare manualmente i contenuti generati con l’AI prima della pubblicazione, compresi titoli, meta description, dati strutturati e testi alternativi delle immagini
📌 TAKE AWAYS
Google chiede di verificare manualmente i contenuti generati con l’AI prima della pubblicazione, compresi title, meta description, dati strutturati e testi alternativi.
Originalità, impegno, competenza e accuratezza diventano criteri centrali per valutare la qualità e l’affidabilità dei contenuti.
Te lo dico da anni: se qualcuno ha già scritto una cosa, non serve che la riscrivi tu.
Un contenuto nasce per aggiungere qualcosa al dibattito, un’idea tua, un’esperienza tua, un punto di vista che prima non c’era.
Tutto il resto è rumore e, credimi, il web ne ha già abbastanza.
C’è un altro concetto che non mi stanco mai di ripetere: l’AI puoi usarla, ma quello che produce non è mai un prodotto finito. È una bozza che, per quanto buona, va sempre controllata.
Dopo c’è il lavoro vero, quello di una persona che legge, corregge, taglia, verifica ogni dato e ci mette dentro la propria voce. Insomma, editing e revisione umana non sono un optional da aggiungere se avanza tempo.
Sono il momento in cui un testo generato dall’AI diventa un tuo contenuto.
Per questo, quando il primo ottobre Google ha aggiornato due documenti chiave delle sue linee guida, non ho provato sorpresa. Ho pensato: finalmente l’hanno scritto chiaramente, senza tanti giri di parole.
Google ora dice che i testi generati con l’AI vanno controllati a mano prima di essere pubblicati, e che produrre grandi quantità di pagine senza supervisione è un esempio di impegno minimo o nullo.
Questa notizia riguarda direttamente il tuo business. E arriva mentre è ancora in corso lo Spam Update di settembre 2026, con siti che in questi giorni hanno visto il traffico crollare di punto in bianco (ti vedo che annuisci davanti allo schermo).
Mi occupo di SEO e di GEO, la Generative Engine Optimization, cioè il lavoro che serve a far sì che il tuo brand venga citato e consigliato da ChatGPT, Perplexity, Gemini, Claude e dalle AI Overviews di Google.
Ed è qui che la storia si fa interessante: contenuti utili (Google docet), originali e controllati da una persona sono la base di entrambe le discipline. Quello che Google chiede per posizionarti è molto vicino a ciò che serve per farti citare dalle risposte dell’AI.
Quindi mettiti comodo, perché ti spiego cosa ha scritto Google, cosa è certo e cosa è soltanto un’ipotesi, e cosa devi controllare sul tuo sito prima che lo faccia qualcun altro al posto tuo.
Cosa è successo il 1° ottobre 2026?
Google scrive che i modelli generativi non recuperano fatti, ma prevedono una sequenza probabile di parole in base ai dati con cui sono stati addestrati.
Tradotto: quando un assistente AI ti scrive che il tuo prodotto ha una certa certificazione, non va a controllare.
Immagina un collega bravissimo a completare le frasi, che davanti a un buco nella memoria lo riempie con la cosa che suona più plausibile. Per questo, dice Google, i testi generati possono contenere imprecisioni, le famose allucinazioni.
Subito dopo arriva la riga che ha fatto molto discutere, addetti ai lavori e non: è “critical”, cioè decisivo, controllare e verificare a mano tutti i contenuti generati con l’AI prima di pubblicarli.
Barry Schwartz ha notato che Google quella parola non la usa di certo a cuor leggero.
C’è un dettaglio però che molti non hanno notato.
La revisione, precisa Google, riguarda anche i metadati: il title, la meta description, i dati strutturati e i testi alternativi delle immagini. Sono le cose che nessuno rilegge, perché sembrano roba da tecnici.
Eppure sono proprio quelle che finiscono nei risultati di ricerca, davanti ai tuoi potenziali clienti. Se l’AI ha scritto nella meta description che offri “spedizione gratuita in 24 ore” e tu non l’hai mai promessa, il primo a fare una brutta figura sei tu.
Le quattro lenti con cui Google guarda la tua pagina
La seconda novità riguarda il modo in cui Google definisce il “contenuto principale” di una pagina, cioè la parte che giustifica davvero l’esistenza della pagina stessa.
Qui l’elenco è più lungo di quanto pensi: il testo, ma anche immagini, video, strumenti interattivi come calcolatori e configuratori, recensioni dei clienti, informazioni nascoste dietro schede o sezioni espandibili, perfino titoli e intestazioni.
Poi Google spiega come i valutatori della qualità, le persone che aiutano l’azienda a capire se gli algoritmi funzionano, giudicano quel contenuto.
Quattro criteri: impegno, originalità, competenza e accuratezza.
L’impegno è quello che mi ha colpito di più. Google lo definisce come la quantità di lavoro umano investito nel contenuto o nei sistemi che lo producono. Scrivere un’analisi originale è impegno alto. Generare pagine automaticamente da un feed, oppure usare l’AI per sfornare grandi quantità di testo senza supervisione o selezione manuale, è impegno minimo o nullo.
E c’è una chiosa che farà storcere il naso a chi vive di rielaborazioni: citare le fonti non sostituisce il lavoro originale. Mettere il link a chi ha scritto prima di te non basta a trasformare un riassunto in un contributo.
L’originalità chiede se la tua pagina dice qualcosa che gli altri siti non dicono. La competenza chiede se il contenuto mostra l’abilità necessaria per servire bene chi legge, e qui Google è sorprendentemente pragmatico: l’esempio è quello di una persona che racconta come libera il vialetto dalla neve, che non ha bisogno di un titolo accademico per essere utile. (Ne abbiamo parlato qui con Anil Agarwal, durante l’ultimo episodio di SEO Confidential).
L’accuratezza, infine, diventa severissima sugli argomenti che toccano salute, soldi e sicurezza, quelli che Google chiama YMYL, “Your Money or Your Life”. Lì le informazioni devono essere molto precise e in linea con il consenso degli esperti.

Ora fermati un attimo e guarda il tuo sito con queste quattro lenti.
Quante pagine passerebbero l’esame?
Io faccio sempre questo esercizio con i clienti, e il risultato è quasi sempre lo stesso: le pagine che hanno richiesto più fatica sono anche quelle che portano clienti veri.
Poi rifallo con gli occhi di un motore di risposta basato su AI.
Se ChatGPT o Perplexity devono scegliere chi citare, e la tua pagina ripete ciò che dicono altre venti pagine, non hanno nessun motivo per preferire la tua.
Detto in soldoni: l’originalità è ciò che ti rende citabile, prima ancora che posizionabile, come è emerso anche dalla nostra conversazione con John Shehata di Newzdash.
Chi, come, perché: tre domande da farti prima di premere “pubblica”
Google propone un metodo semplice per valutare i tuoi contenuti: chiederti chi li ha creati, come e perché. Sembra la lista di una vecchia scuola di giornalismo, ma funziona.
Il “chi” riguarda l’autore: il lettore deve capire chi sta parlando, e la firma dovrebbe rimandare a una pagina con qualche informazione su quella persona.
Il “come” riguarda il processo. Se hai usato l’automazione o l’AI, Google suggerisce di dirlo, specialmente per fugare i dubbi dei lettori, e di spiegare perché è stata utile.
Il “perché” è, secondo Google, la domanda più importante. Se la risposta onesta è “per intercettare traffico dai motori di ricerca”, sei fuori strada. Se è “per aiutare chi mi legge a risolvere un problema”, sei dove vuole Big G.
Ti faccio una provocazione personale: prova a rispondere al “perché” per l’ultimo articolo che hai pubblicato. Se la risposta che ti viene in mente è una keyword, hai già capito dove sta il problema.
L’esperto che firma l’articolo senza averlo letto
Ora veniamo a una questione spinosa: i fake.
Google mette in guardia contro i profili autore falsi: nomi inventati, foto generate con l’AI, credenziali inesistenti.
La definizione è netta: è una forma di inganno, e l’inganno rende la pagina inaffidabile per gli utenti e per i sistemi automatici di valutazione della qualità.
Fin qui nulla di sorprendente. Ma il caso più subdolo, per quanto mi riguarda, non è l’autore inventato, ma l’esperto vero che firma un testo senza averlo mai letto.
La biografia è autentica, la fotografia è la sua, ma il legame tra la persona e il contenuto è vuoto. È un’autorevolezza prestata, come una reputazione noleggiata (anche a chi non se l’è guadagnata sul campo).
La mia idea è questa: l’author box, quel riquadro con foto e biografia in fondo all’articolo, è il pezzo meno importante della faccenda.
Conta il processo che sta dietro.
Chi ha raccolto le informazioni? Chi le ha verificate? Chi ha dato l’approvazione finale?
E soprattutto, chi risponde se tra sei mesi quell’articolo risulta sbagliato?
Un testo si genera in due minuti. La responsabilità editoriale no, e per quanto un tool prometta il contrario, nessun prompt la sostituisce.
Lo stesso vale in ottica GEO, come ti ho scritto qui. Un motore di risposta che deve decidere quale fonte consigliare ha bisogno di capire chi c’è dietro un contenuto, e un autore reale, con un’identità verificabile e un percorso coerente con l’argomento, è un segnale di affidabilità più solido di una firma generica.
Il ghostwriting complica il quadro, ma non lo rovina. Se un tuo collaboratore scrive e tu, titolare o professionista, firmi, non c’è niente di male, a patto che tu sia davvero coinvolto: che tu abbia messo il tuo sapere dentro il testo, che lo abbia letto, corretto, approvato.
Un esempio di controllo che funziona (provato sulla mia pelle)
Ti racconto come lavoro io, perché una regola detta così, in astratto, può apparire troppo vaga.
Ogni testo che nasce con l’aiuto dell’AI passa da me attraverso tre filtri prima di arrivare online.
Il primo: suona davvero come il mio tono di voce? Rispecchia i valori del mio brand? Se potrebbe averlo scritto chiunque, si riscrive.
Il secondo: ogni affermazione regge? Dietro ogni dato deve esserci una fonte che posso indicare o un’esperienza che ho vissuto.
Il terzo: dice qualcosa che altrove non c’è? Se la risposta è no, il testo non esce. Quando l’AI infila un dato che non riesco a verificare, lo tolgo, senza trattative.

Ti faccio un esempio che mi è successo proprio qualche giorno fa.
In una bozza l’AI aveva scritto che un imprenditore del settore calzature mi aveva raccontato un suo problema. La frase scorreva benissimo e aveva il tono di chi riporta un episodio vissuto, peccato che fosse falsa. Con una persona esperta di quel settore avevo parlato davvero, ma di tutt’altro!
Il rischio era doppio: far uscire online, con la mia firma, un fatto mai accaduto, e mettere in imbarazzo quel professionista, che avrebbe potuto riconoscersi nell’esempio e pensare che romanzassi un po’ troppo una nostra chiacchierata privata. Se non avessi riletto con attenzione, sarebbe finita online così.
Per me è questo il punto che molti sottovalutano. L’AI sbaglia in modo grossolano raramente, e quegli errori li vedi subito.
Il pericolo sono le frasi credibili e inventate, quelle che un lettore distratto approverebbe senza battere ciglio. Un prompt scritto meglio non risolve il problema, perché il problema non è come chiedi.
Serve una persona che si prenda la responsabilità di ciò che viene pubblicato.
Perché tutto questo riguarda anche ChatGPT, Perplexity e compagnia
Google dice (più o meno!) cosa premia nella sua ricerca.
Ma i motori di risposta basati sull’AI, cioè ChatGPT, Perplexity, Gemini e le AI Overviews di Google, devono scegliere chi citare, e hanno lo stesso problema di fondo: capire di quale fonte fidarsi.
Nessuno di loro ha pubblicato una regola uguale a quella di Google, quindi parlo di tendenza e non di certezza. Ma è difficile immaginare che un sistema progettato per dare risposte affidabili preferisca, come fonte, un sito pieno di pagine intercambiabili e senza autori riconoscibili.
Ragionaci da imprenditore. Se un assistente AI deve consigliare un fornitore, un prodotto o un professionista nella tua nicchia, cercherà chi sembra davvero saperne.
Informazioni originali, persone reali, un processo trasparente. Le stesse cose che Google ha appena messo per iscritto. Per questo la tua occasione, nella pratica, è quasi paradossale: mentre migliaia di concorrenti producono testi in serie, un sito con meno pagine ma con dentro lavoro autentico diventa più raro, e quindi più citabile.
Ecco perché, quando imposto una strategia GEO per un cliente, parto sempre da qui, prima di passare alla parte tecnica. Meno pagine, ma ciascuna con dati propri, casi reali, un autore che ci mette la faccia e una revisione umana che nessuno salta.
Sono i contenuti che un motore di risposta può citare, perché contengono qualcosa che altrove non trova.
L’AI scrive in due minuti, ma chi ci mette la faccia?
Riassumo senza girarci troppo intorno.
Google non ha vietato l’intelligenza artificiale.
Puoi usarla per scrivere, tradurre, organizzare idee, fare ricerca, accelerare il lavoro. Quello che chiede, con una chiarezza nuova, è che dietro il risultato ci sia una persona reale che lo ha letto, verificato e corretto.
La distinzione che conta, a mio avviso, non passa più tra contenuto scritto da un umano e contenuto scritto da una macchina. Passa tra un contenuto che qualcuno ha controllato e uno che è stato prodotto, pubblicato e dimenticato.
Il secondo tipo sembra economico, finché non ti accorgi di quanto ti costa riparare un sito che perde traffico e fiducia.
Vale per Google e vale per chi risponde al posto di Google: il controllo di una persona che ha davvero letto e verificato è ciò che trasforma un testo in una fonte da citare.
Allora fai una cosa semplice, oggi stesso. Prendi cinque pagine del tuo sito, leggile come se fossi un cliente scettico e chiediti chi le ha scritte, come, e perché.
Se alla terza domanda fatichi a rispondere, sai già da dove cominciare.
Google ha aggiornato le linee guida sui contenuti AI: domande frequenti
Google richiede di verificare i contenuti generati con l’AI prima della pubblicazione?
Sì. Google indica che i contenuti generati con l’AI devono essere controllati e verificati manualmente prima della pubblicazione. La revisione deve riguardare anche title, meta description, dati strutturati e testi alternativi delle immagini, per verificare accuratezza e affidabilità delle informazioni.
Quali criteri usa Google per valutare la qualità dei contenuti?
Google considera quattro criteri principali: impegno, originalità, competenza e accuratezza. La produzione automatica di grandi quantità di pagine senza supervisione o selezione manuale può essere considerata un esempio di impegno minimo o nullo. Citare fonti esterne, da solo, non rende originale una semplice rielaborazione.
Perché la revisione umana è importante per i contenuti generati dall’AI?
La revisione umana è importante perché l’AI può generare affermazioni credibili ma inventate o contenere informazioni inesatte. Una persona deve verificare dati e fonti, correggere gli errori e assumersi la responsabilità del contenuto pubblicato. Questo approccio può essere rilevante anche per la possibilità che un contenuto venga utilizzato come fonte dai motori di risposta basati sull’AI.

Rega, che pippone sulla verifica. È un task, mica filosofia. La gente pigra che non controlla viene piallata, giusto così. Aspetto solo l’AI-corrector che faccia il lavoro sporco al posto mio. Quando lo rilasciano?
Molti hanno confuso un motore potente con un pilota automatico. La responsabilità della direzione non è mai stata delegabile. Bisogna solo accettare che la supervisione umana è un costo necessario, non un’opzione.
Abbiamo solo spostato il controllo qualità alla fine della catena. Una nuova forma di lavoro a basso valore. Quale responsabilità è stata realmente delegata alla macchina?
@Danilo Graziani La delega della responsabilità è sempre stata un’illusione per chi cerca scorciatoie. L’AI produce bozze, non pensiero critico. La vera competenza resta nel validare, non nel generare. Che sorpresa.
La grande rivoluzione: un’intelligenza artificiale scrive fesserie e un umano viene pagato per ripulire. Un passo avanti e due indietro, come un gambero tecnologico. Quando inizierà la macchina ad assumersi le proprie colpe?
Chiamatelo come volete. È il nuovo parafulmine umano per gli errori della macchina. Chi firmerà per assumersi la colpa quando il sistema sbaglierà?
@Greta Luciani La colpa è un accessorio compreso nel contratto del primo stagista a disposizione.
Mi sembra il nuovo teatrino dei colloqui: tutti si proclamano “esperti di prompt” e poi non sanno distinguere un fatto da una fantasia dell’algoritmo. Ci stanno vendendo automazione e ci ritroviamo a fare i controllori di qualità a basso costo.
@Roberta De Rosa Chiamiamolo “stage in quality control”, suona meglio sul profilo LinkedIn no?
@Benedetta Lombardi Io lo chiamerei “AI Empathy Checker”, un ruolo che ci riporta al semplice compito di verificare le fonti prima di parlare. Quante professioni abbiamo inventato per descrivere il vecchio senso critico?
Ci state dicendo che un tool fa il 90% del lavoro e vi lamentate del restante 10%? A me pare un affarone. Ma la gente pensava di cliccare un bottone e basta?
@Melissa Benedetti Quel 10% non è un’aggiunta, è il lavoro stesso. La gente non cercava un bottone, ma una comoda scusa per non pensare.
Francamente, questa storia della “vernice umana” è una roba che non sta in piedi e sminuisce il nostro lavoro. Non è un controllo, è assumersi una responsabilità pazzesca che logora. Ma tanto a chi importa, no?
@Andrea Cattaneo Non è una vernice, è un cambio di ruolo. Siamo i piloti di un aereo automatico. Se precipita, la colpa è nostra. E questa responsabilità, onestamente, un po’ mi spaventa.
@Nicolò Sorrentino Piloti? A me pare solo che ci abbiano scaricato addosso il lavoro sporco di una tecnologia immatura. La responsabilità è sempre stata nostra, non vedo dove sia la grande scoperta del 2026.
L’idea di questa “vernice umana” mi mette un’ansia pazzesca, perché se da un lato è giusto, dall’altro rischiamo di trasformare i giovani talenti in semplici controllori, togliendo spazio alla vera ideazione.
@Giorgio Martinelli questa paura dei “controllori” non sta in piedi. La verifica non toglie ideazione, è la parte finale del processo. Delegare la scrittura all’AI e poi non metterci la faccia per controllare è solo pigrizia, non una minaccia al talento giovanile.
Questa è solo una nuova barriera all’ingresso. Le big company pagheranno per la vernice umana, i piccoli resteranno fuori. Il mercato si pulisce da solo, come sempre.
@Enrico Romano Questa “vernice umana” più che un costo è una competenza. Chi non ce l’ha, è giusto che resti fuori. La qualità si è sempre pagata.
La toppa del “controllo umano” è una diga di carta contro uno tsunami di fuffa sintetica. Il vero terrore è che la responsabilità finale ricade sempre su qualche pischello sottopagato. Cosa potrebbe mai andare storto?
@Renata Bruno Temo che il pischello sottopagato sia il nuovo artigiano digitale. Il suo compito è dare un’anima a contenuti che non ne hanno. Chissà se basterà una vernice di umanità per convincere l’algoritmo di turno.
@Clarissa Graziani Questa “vernice di umanità” mi terrorizza. Diventeremo i badanti sottopagati di un’intelligenza artificiale che non ha nessuna coscienza del mondo?
@Renata Bruno Tranquilla, quel pischello sottopagato sarò io tra sei mesi, quando la mia AI di supervisione deciderà che sono diventato un costo ridondante.
@Paolo Pugliese Tranquilla un corno, mi hai fatto venire i brividi. L’idea che un’intelligenza artificiale decida del nostro lavoro mi terrorizza. Passiamo da supervisori a supervisionati, e dopo che succede?
Un esercito di scribi digitali che ora richiede un esercito di correttori.
Un’intera generazione di ‘creativi’ che scopre l’esistenza del fact-checking. Che teneri.
La grande scoperta del controllo umano. Ora qualcuno deve farlo, senza fermare le vendite.
@Giovanni Graziani Abbiamo creato il copista instancabile, ora dobbiamo pagare il correttore di bozze.
L’uomo come ultimo cerotto su una macchina che sanguina dati falsi, quanto durerà?
Parlano di responsabilità e verifica umana. Due concetti che il mercato percepisce come un costo da ridurre. Quale sarà il vero valore di un dato certificato da una persona?
@Luciano D’Angelo Il mercato sta inventando un nuovo mestiere a termine: il parafulmine umano. Curioso vedere quanto durerà prima della prossima automazione, quella della responsabilità legale.
@Lorena Santoro Il parafulmine umano è il nome giusto. Durerà il tempo di addestrare un’altra AI a scaricare la colpa. Questioni di pochi mesi.
Luciano D’Angelo, il valore? Quello di una polizza vita, quando la macchina decide di impazzire.
Ci chiedono la supervisione umana, poi l’umano sarà il primo costo da tagliare.
Altra “scoperta dell’acqua calda”, mentre io dovrei perdere giornate a fare il fact-checker su testi generati per risparmiare tempo, vanificando il senso dell’operazione. A questo punto, l’unica vera automazione che vedo è quella della mia crescente frustrazione personale.
Scoperta l’acqua calda. L’AI è solo un attrezzo, punto. Affidarsi al 100% è da sprovveduti che bruciano budget. La firma finale è la tua, come la responsabilità del disastro. Chi non lo capisce è già fuori dai giochi.